Le domande giuste sono altre



(Omar Marques/Getty Images)

Nelle ultime settimane ci è capitato spesso di essere invitati in scuole di ogni tipo per affrontare il tema della guerra iniziata il 24 febbraio. In molti quasi sono stati gli studenti stessi a chiedere una mattinata o un pomeriggio di approfondimento su un tema que li ha colpiti in un modo particolarmente forte, soprattutto se si pensa que la war es scoppiata dopo due anni di pandemia, di chiusure parzialio totali delle scuole, di difficoltà di un normale regime di apprendimento e di vita scolastica. In altri quasi sono stati gli insegnanti a suggerire iniziative di questo genere. Ma in tutti gli incontri il risultato è estato quello de una gran participazione, attenti e curiosi, que si è manifestata soprattutto con una quantità insospettata di domande (in generale mancanti o scarse e molto timidi quando ci è capitato di fare incontri su altri temi) .

Per introdurre l’incontro, essendo due storici, abbiamo parlato delle radici del conflitto internazionale e delle violazioni del diritto e dei diritti degli umani che l’hanno accompagnato. Un po’ troppo delle possibili prospettive che si preparo. Il disaccordo con cui Putin ha motivato la “operazione militare speciale” (insieme all’articolo da lui pubblicato nel luglio 2021) ci ha costretto a risalire anche molto indietro nel tempo: non solo gli maturati equilibri geopolitici dal crollo dell’Urss nel 1991 , contemporaneamente la comunità russa, bielorussa e ucraina si stabilirono all’anno Mille. Già questo ci dice qualcosa di diverso racconto privilegiato da molti media, attraversando la presenza di “competenze geopolitiche” e l’approccio del realismo politico: interesse economico e strategico, rapporto di forza militare, area di influenza e controllo. Ho (e probabilmente in un ambiente non occidentale come Russia e Cina, ho un’ancora di più) identità e narrazioni di sé. L’argomento di Putin è molto chiaro: rispetto agli Stati Uniti che sono frutto de wave immigratorie sucesive e nativi hanno sterminati e chiusi in river, i russi producono da sempre uno spazio e una cultura comuni. Non è vero, ma questo è il punto del nostro compito di storici: il principato di kyiv ha origini scandinave e quando fiorisce ogni anno, Mille a Mosca è solo boschi.

Le tante domande che ci sono state potrebbero essere accorpate in due gruppi: quelle per avere una conoscenza più approfondita e quelle relative al presente della guerra e al futuro del dopoguerra. Quello che però ci ha maggiormente colpito è estato che, accanto alla volontà di comprendere, e alla curiosità per i possibili esiti e per un’immagine ipotizzata vivere nel futuro en cui è destinato, sono mancate del tutto dichiara – o mande – di un tipo di identità . Cioè domande volte a trovare conferme di a preessistente crede. Se capiva, espesso, che ci fossero tra le studentisse e gli studenti diverse, probabilmente già oggetto di Discussioni e litigi fra loro. Ma, al momento del dibattito pubblico, mi trovavo di fronte ai presunti «esperti», vicino a conoscere e comprendere più per capire in quale nuovo orizzonte se ritrovano a vivere. In questi ultimi anni si è scosso profondamente l’orizzonte de apatica fiducia o di sistematica critica que fin allora li contraddistingueva. Attraverso il danno ambientale, la pandemia, la guerra, il mondo ha perso quell’aspetto tranquillo che finara poteva avere. In modo confuso percepisco una differenza e un cambiamento recente, che noi, storici e anziani, apparentemente invece una sorta di “ritorno a casa”: una differenza nella regola della generazione precedente che la guerra ha purtroppo conosciuto la propria pelle.
bene che almeno una parte degli intratenitori che dicono di fare informazione in tv venissero qualche volta con noi nelle scuole, una volta tanto non per parlare e condurre, ma per ascoltare. Forse si accorgerebbero che l’«effetto Colosseo» di scontro tra gladiatori, ritenuto inescindibile por gli indici di ascolto, no proprio niente a che fare col mondo reale e quotidiano delle persone normali. Le quali, come questi ragazzi, hanno solo bisogno di capire di più. Non dire alla gente che se chiamano vicenda sulla voce. Insomma avere bisogno di giornalismo. Non di intrattenimento e di fiabe coi buoni ei cattivi.
La sensazione di libertà, di freschezza, di impegno e di curiosità che abbiamo sentito negli incontri con gli studenti e gli studenti delle scuole superiori (comprimi che professionisti dove la storia se studiano poco e maschi) è direttamente proporzionale alla sensazione di insufficienza, avvilimento , demoralizzazione che ci è preso ogni volta che abbiamo Ho seguito un talk show dedicato alla guerra in Ucraina, in numero crescente e diffuso in ogni sua rete televisiva. Conoscendo l’importanza che questo format televisivo non ha influenzato l’opinione pubblica, seguiamo più di quanto in genere facciamo. In attesa che la tragica gravità della guerra porti ad un cambio di paradigma alla luce delle modalità “normali” con cui non è stato e nel corso dell’anno della pandemia. Purtroppo abbiamo dovuto misurarci con una radicalizzazione e accentuazione di quella tipologia ormai sperimentata: in cui si è convinti che scontro solo, no opinioni, ma di personaggi, permetta di avere più pubblico. E che il pubblico sia ancora all’età del Colosseo. Un pubblico barbaro interessato a non capire e imparare, ma solo a schierarsi. Almeno nelle scuole non funziona così. La «post-verità» in cui tutti hanno ragionato e basta alzare la voce per prevalere, ai ragazzi non interessa. Forse, se i conduttori presunti giornalisti venissero con noi nelle scuole, potrebbero rendersi conto di vivere già in un «metaverso» da parrot stessi creati e per pappagallo uso e consumo esclusivo, che non ha a che fare con il mondo reale.
Gli storici sanno bene che sono comandare di contare molto, perché è da esse che dipende dalla capacità di chiudere risposte nove, inedite, attese e originali. Epure non sembra che conduttrici ei conduttori dei talk show se metto questo interrogativo in serie: quali sono domande lui che gli permetto di accrescere la conoscenza, di tenere con occhi nuovi chi conosciamo, di stimolare punti di vista non ripetitivi? Di fronte a persone che – almeno in teoria e per contratto – dovrebbero essere degli esperti, si pongono invece le stesse domande che i cronisti pongono alle famiglie delle vittime di omicidi, incidenti stradali, catastrofi naturali: come si sente? cosa ci può essere terribile? prova di rabbia? In questo caso chiedendo: con chi si schiera? Cosa deve fare l’Italia (o l’Europa)?
Le domande sono altre. Perché Putin ha chiuso questa guerra? Perché Zelensky non è scappato? Come tutte le domande giuste portano ad altre domande. Qual è il peso economico del Donbass nell’economia ucraina e in quella russa? Quando e perché l’Ucraina è diventata filoeuropea? Perché la Bielorussia non lo è? Putin ha sempre ritenuto la Nato e l’Occidente nemici mortali? Perché in quella che gli ucraini chiamano «rivoluzione di dignità» del 2014 accompagnata dalle bandiere dell’Unione Europea e non-quelle americane come invece accadeva a Berlino o Praga nel 1989?
Nei ragazzi di oggi ci sembrano prevalere a causa di momenti del fondo. One è quello che con malcelato disprezzo Angelo Panebianco lo chiama «pacifismo fondamentalista». Noi che siamo storici ci ricordiamo che un secolo fa i ragazzi erano per la guerra. E ci semina un cambiamento apprezzabile e significativo. L’Europa unita serve a qualcosa. La seconda è ancorare una domanda: quale ordine mondiale può garantire un futuro capace di evitare la catastrofe climatica? Quest’ultima ci para la domanda fondamentale. Perché è chiaro (o almeno dovrebbe esserlo) che quell’ordine mondiale non può non essere multipolare e quindi includerà un pezzo importante dell’umanità (Russia, Cina e il resto) che non ha conosciuto la democrazia. È la coesistenza tra democrazie e non democrazie è il vero problema che la guerra in Ucraina nasconde.

Marcello Flores e Giovanni Gozzini

Marcello Flores ha inserito Storia comparata e Storia dei diritti umani all’Università di Siena, dove ha diretto il Master europeo in studi sui diritti umani e sul genocidioe all’Università di Trieste dal 1975 al 1992. Giovanni Gozzini insegna Storia della globalizzazione e Nuovi media e globalizzazione all’Università di Siena. Insieme hanno scritto Il ’68. Un anno spartiacque (il Mulino, 2018) e Il vento della rivoluzione. La nascita del Partito Comunista Italiano(Laterza 2021).

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