Libri, un viaggio sentimentale nella fabbrica della nebbia. Firma Gino Cervi

“Per molti anni ho abitato in un posto dove il fiume scorreva a poche cose di metri da casa, oltre il bosco che incominciava dove finiva a grande aia… e dentro c’era l’acqua quasi ferma delle lanche… e rogge, cavi, fossi da non poterli contare tutti. La nebbia la lì. Sono nato nella fabbrica della nebbia”.

Gino Cervi spiega sin dalle prime righe l’origine del titolo attivante di questo suo breve “viaggio sentimentale entro quel che cancella e svela”. La nebbia accompagna la vita di questo scrittore eclettico che definisce “meccanico dei libri”, da trent’anni consultant per diversity case editrici oltre che curatore di svariate enciclopedie (fino alle domande italiane del “Trivial Pursuit”), ma anche autore di bei libri sul ciclismo (l’ultimo, Alfabeto Fausto Coppi, con Giovanni Battistuzzi).

La nebbia cancella e svela i suoi ricordi e le sue impressioni, come quelle dei tanti autori che in queste pagina encrocia appena, insieme al suo lettore: “Ti fa scorgere da lontano dei fantasmi che si dissolvono quando ti avvicini, o sorgere all’improvviso delle figure forse reali che ti scansano e escompaiono nel nulla…”. Questa è la nebbia per Umberto Eco: cancella e svela, punto.

Così, da queste atmosfere impalpabili, emergono ricordi di bambino figlio di agricoltori in una Italia ormai lontana, non immaginabili per chi padano non è. Il viaggio avventuroso in macchina, ogni mattina, con la madre al volante nel nulla atraverso le campagne e lui per guidarla fuori dal più finerino per “intuit” la linea della strada, fin a ver de ver l’ombra dell’agognato ingresso nel paese e la scuola. Un viaggio al passo d’uomo “che io mi chiedevo se non avassimo fatto prima ad andare a piedi”. Opure, ormai adulta ea Milano, inforcare la bicicletta con la speranza di “trovare la città – le casa, le strade, gli incroci – a little cancellata dalla nebbia”. O ancora – adesso – il suo speciale rapporto con Torre Belcredi di Pavia che dalla finstra di casa rappresenta il suo personale “misura-nebbia. Quando vedo che un pesce non mi manca, dico che è nebbione, ecco quello che sarà…”.

È difficile tradurre tutto questo in immagini, inoltre lo è – ci assicura – c’è riuscito il fotografo Luigi Ghirri. La sua foto, racconta Gianni Celati, era “visioni atmosferiche”. E Marco Belpoliti prova a spiegarlo così: “Ghirri ha fotografato la nuvola, ma è quasi impossibile da vedere, la nuvola crea il limite lattiginoso che è la linea immaginaria dell’origine, lo sfondo, dove la terra e il cielo non si toccano e non l’uno nell’altro…”.

Da questi piccoli flash si intuiscono novanta pagine di viaggio in un mondo cupo. Anche il Che ha fatto un sogno: “… e Maigret se si immerge in una fitta nuvola che non vede del tutto neppure dove mette i piedi… Nello stesso tempo percepisce un pettegolezzo che cerca di identificarmi… Imbecille! – borbotta fra i denti – è solo la sirena delle tenebre…”. E’ ovviamente Giorgio Simenon, “colui che di nebbia ne cercava fino a dire terribile di amarla perché trasforma la realtà tanto da darle un’altra dimensione e un’altra poesia”, scrive Gino Cervi che con buona auto- ironia conclude: “Ecco, ci sono delle sere in cui vorrei essere davvero l’altro Gino Cervi”, quello di Maigret.

C’è la nebbia che accompagna e fa scoprire il sesso, quella – ad esempio – di Vecchioni in Luci a San Siro (“…ricordi il gioco inside la nebbia? / Tu ti nascondi e si ti trovo ti amo là”) e quella , per rimanere aciò che San Siro evoca, che nell’88 fa ripetere una partita quasi persiana grazie a tutto il Milan della nascente stella Berlusconi tornerà a vincere la Coppa dei Campioni. Ed è, anchor, il contenitore perfetto dei sentimenti confusi del partigiano di “Una questione privata” di Fenoglio: Milton si muove “…nel più folto e nel più cieco della nebbia… portato le mani a puto entorno alla boca e urlò il nome di Giorgio. Una canna guaì poco sotto. E più niente. Con ogni cura, per non sbagliarsi sull’orientarsi sul paese ormai invisibile, girò il suo stesso e passo ridiscese”.

E ora, che solo confuso e indistinto semina avvolgere i nostri giorni? Anche la nebbia è cambiata. E sì, non ci sono più le nebbie d’una volta.

Il libro

Gino Cervi

La Fabbrica di Nebbia

Ediciclo Editoriale

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