«Provo le gag con mia moglie, ma ormai non mi dà più retta»- Corriere.it

hanno dato Elvira Serra

Il comico Michele Foresta: «Per aiutare i miei genitori ho fatto anche l’imbianchino. Gli scherzi più brutti? A mia sorella». L’autografo più strano: «È una scatola di supposte». L’esperienza in Africa: “Far ridere i bambini della Tanzania un’emozione fortissima”

Si chiamava granita di neve?

«Mi viene in mente che lo faceva mia mamma quando sono andata a Nicosia, ancora una volta all’anno. Era una festa. Raccoglieva la neve pulita, aggiungeva lo zucchero, girava e dava me. Mi ha fatto indietro in tempo…».

Un altro ricordo di allora?

«Mia madre mi tagliava il pane a cubetti con sopra un pezzettino di acciuga: erano i soldatini; se li finivo tutti potevo mangiare il re, un pezzo di pane ancora più grosso con l’acciuga intera in testa. Erano i suoi trucchi…».

Perche’? Era poco appetitoso?

“Ero un Minherlin. E’ stata presente la regola delle 100 uova, che di gran lunga cresce un bisogna fargli mangiare un uovo crudo al giorno per cento giorni di fila? Non potrei andare a giocare fuori finché non bevevo il mio ovetto».

E oggi riesce ancora a gestirlo?

«Oggi vorrei, ma mia moglie me lo vieta, per il colesterolo. Quando vado a trovare i miei in Sicilia, però, l’ovetto fritto ci scappa sempre».

Che famiglia era, la sua?

«Modestissima, ma non ci mancava nulla. Soprattutto, non il senso dell’umorismo. Mio padre Filippo faceva il falegname. Oggi compie 94 anni. Mia madre Pina era casalinga: lei ne ha 87. Si vuole molto bene. Say loro si occupa soprattutto mia sorella Luisa».

Un bel regalo che è riuscito a fargli?

«Con Luisa vorremmo regalare a nostro padre una nuova Panda. Ma lui l’altra mica l’ha buttata! Allora, a memoria tutte le targhe delle sue auto. Il premio, un 500: EN26328. Il 127: EN34586».

intervistare michele foresta è un percorso a ostacoli, dove gli ostacoli sono le valigie, i marchingegni, le Moleskine numerate dove abbozza le idee, i mazzi di carte che il suo alias, foresta dei maghi, striscia fuori per distrarti e portati fuori dai binari della conversazione che avevi planificato. Ad esempio: sta per chiudere il pesce di un grammofono, per un telefono «portatile» in bachelite (frequenti mercatini e rigattieri, ma questo è un regalo del suocero) e con questi dovuti in mano dice di tornare a vivere la nuova macchina della verità , ti fa scegliere per tre volte una carta da un deck e per tre volte la azzecca ascoltando il tuo tono di voce. «Quando in giro da Fazio lo fece anche lì», spiega mentre ti arrovelli su dove sia il trucco e nel frattempo hai perso il filo delle domande (e lui sa lo, ha fatto apposta!).

È più difficile ipnotizzare una banana o ammaestrare un piranha?

«I miei dati hanno soddisfazione entrambi. Mi è sempre piaciuto fare la parodia del mago. Di maghi che stupiscono ce n’erano già tanti, io cercavo di dare un senso arcano alle banalità del quotidiano».

La più grande magia che è riuscita?

«A parte fare questo mestiere, il mio sogno?».

Sì, a parte questo.

«Allora direi aver fatto condividere una moglie durante uno spettacolo: la mia, Angela».

racconti.

«Nel 2004 ero stato chiamato dalla sua azienda a Treviso per uno spettacolo. Lì ci siamo conosciuti e poi c’è voluto moltissimo tempo per approfondire l’amicizia. Siamo moglie del 2012».

Ti mostra in anticipo e i tuoi giochi?

«Sì, ma ormai non mi dà più tanta retta… Ma è molto obiettiva, mi fa stare con i piedi per terra. Abbiamo molte cose in comune: amo viaggiare, c’è un grande senso dell’umorismo, amo l’arte contemporanea, camminerò per la maggior parte».

Crea da solo i suoi marchingegni?

«Sì, ho grande manualità, da ragazzo facevo l’imbianchino per aiutare in famiglia. E mi considero un dadaista: mi piace assemblare oggetti che non dialogano tra di loro. Sono feroce per una tagliaerba che mi lasciava un brandelli i vestiti e mi depilava il petto con la carta scelta dalla cavia: poco fa mando una foto a Piero Pelù, a stupilo. Sono attaccato a una catapulta per le carte. Andai in una cabina per il teletrasporto, nella quale indossavo un abito mangio la lettera dalla parati interna, per mimetizzarmi».

Chi sono stati i suoi punti di riferimento?

“Dì sicuro Oggi le comiche, che trasmettevano una volta alla settimana, il sabato, prima del telegiornale dell’una e mezzo. Più siccome a quell’ora ero a scuola, mi inventano delle scuse per uscire prima. Il vecchio Harold Lloyd, era presente?, il comico che se si aggrappava alle lancette di un grattacielo So che farò il mago. Poi tutore Pappagone, di Peppino De Filippo, i fratelli Santonastaso, Cochi e Renato…».

Il “suo” mago?

«Mac Ronay, un francese il cui carattere era sempre altezzoso e diceva solo “hep!”, il suo e pronto: è andato a studio uno, ospite di Mina, o da Silvan. Abbiamo anche cenato insieme, una volta: avevo fatto io lo spettacolo ad Asti a un evento in cui lui era award. Gli procurai delle registrazioni dei suoi interventi nelle tv italiane e lui dopo mi scrisse una lettera molto bella».

Un altro verso mago il quale è debitore?

«Tommy Cooper, ho conosciuto Londra quando ero lì, sono venuto, per fare theater di strada. Lui si esibiva davanti alla Regina! È morto in scena, poverino…».

La morte non è migliore, per un artista?

“No. Morirò in una bella seta per donarla a 100 anni di non fazione mentre!”.

nel frattempo michele forestaPetrolio foresta dei maghi, vai a sapere, vicino a una foto in cui gli rende omaggio con una similitudine cappello in testa. Da vedere il dipinto di Giosetta Fioroni con l’impronta della mano di Enzo Biagi acquistato in beneficenza. Dopo arriva con un altro scatto assieme all’amico Raul Cremona nella parodia dei pappagalli di Siegfried & Roy: Sigmund & Joy.

Oggi il politically correct sta cambiando un po’ la comicità.

«Per evitare discriminazioni se divido il mondo in un’altra categoria che è una parodia del politically correct. Siamo riusciti a sindacare perfino sul bacio del principe a Biancaneve senza il suo consenso. Di questo passo il pensiero laterale del comico va a farsi friggere, eppure i comici devono farci i conti. Abbiamo pensato a Chris Rock alla serata degli Oscar».

Lei fatto quella battuta?

«No, ma non avrei nemmeno tirato lo schiaffo. Però lì entriamo nell’umano: Zidane ha fatto perdere un mondiale alla Francia per sua sorella».

A quale «Mai dire» è più affezionato?

«Ho iniziato con Ellen Hidding a Mai dire Maik: il programma non era andato neanche particolarmente bene. Da allora sono rimasto per tutte le edizioni. Sicuramente questa è l’esperienza professionale più bella. Di Marco Santin sono il testimone di nozze, Giorgio Gherarducci l’ho esposato io in Comune con la fascia del sindaco Sala. Il processo creativo di mai terribile obiettivo È stato bellissimo: si lavorava tutti i giorni per fare un’ora e mezzo di programma. Oggi sarebbe inpensabile, ma la comicità va preparata, non è improvvisazione».

E per «Lol 2» se ho preparato così tanto?

«Sì, e anzi mi è spiaciuto uscire perché avevo ancora tanti numeri da fare. Per fortuna mi dispiace alla fine e ho fatto quello del suonatore di capezzoli, ci tenevo molto…».

Perché maltrattava sempre Angioni?

«Ma no, lo stimolavo per simpatia, perché gli volevo bene, altrimenti lo avrei ignorato».

Guzanti?

«Ogni volta che priva bocca rilasciava delle perle. Tutti noi prodotti un senso di rispetto e ammirazione nei suoi confronti».

A «Lol 2» abbiamo tutti visto il suo didietro.

«Quello è uno scherzo che fui sfuggito di mano, per colpa di Virginia (Raffaele, ndr). La mia idea era quella di mostrare la mia foto del nodo e poi distribuirvi un altro pezzo di cartone. Doveva essere una citazione di Luis Buñuel e del suo film Il fantasma della libertà…».

Non abbiamo parlato di Silvan!

«È un grande maestro, e non solo per i maghi italiani. La sua silhouette è diventata il simbolo del prestigio in tutto il mondo».

L’autografo più strano dove l’hai firmato?

“È una scatola di supposte: una signora mi aveva riconosciuto uscendo dala Farmacia”.

Il momento più emozionante del vettore?

«Lavorerò con Renzo Arbore a Indietro tuta! L’ho scortato dentro
gradiente elevato
quando mio padre aiutavo in campagna e allegata la radiolina a albero per prendere meglio il segnale».

Vieni con Jurado Chechi?

«Silvan per i suoi numeri usava una parola magica, Abra Cadabra, così ne volevo una larghezza. Poiché lui aveva appena vinto le Olimpiadi, alla prima puntata di Zelig usai come magic formula Giuria Giuria Chechi-Chechi. Abbiamo fatto anche uno spot insieme, dopo, per una compagnia telefonica che sta fallendo. Per una causa nostra…».

La battuta che non fu capita?

«Quando dissi che ero credente all’8 per mille. Un prete di Nicosia non voleva più farmi cresimare mio nipote. Medio Don Silvio Mantelli, il mago salesiano che fu maestro di Arturo Brachetti. Sono qui per celebrare il mio matrimonio”.

Il pubblico più difficile?

«I bambini: è un altro lavoro. Ma una volta andai in Tanzania con ActionAid per il progetto “Se fossi nato in…”. Vederli ridere quando facevo apparire i pesciolini o mi facevo uscire venti metri di stringa dalla bocca è stato emozionante».

Lo scherzo che oggi non rifarebbe di più?

«A casa dormo nella sua stessa strofa di mia sorella, quella 7 anni fa meno di me, e diedi un ritorno, quando ero in ritardo, la svegliavo e le dissi che era ora di andare a scuola: leggi se io incontrato il grembiulino e poi scopriva che non era vero».

Non è così brutto, anzi fa ridere.

«Eh, ma infatti lo scherzo per il quale non finirò mai di chiederle scusa è un altro… A casa non adatto il riscaldamento, usavamo il braciere, e espesso utilizzavamo i tronchi di legno che portava mio padre dal lavoro, e magari avevano ancora e chiodi. Un giro ho premuto un chiodo dal braciere, con la fascetta, e volevo indossarlo fuori. Lei, bambina, prese con le mani, fece tre passi e… cominciò a urlare».

L’incubo ricorrente?

“Non sono troppo presto per andare al box, my manca sempre un pezzo: il papillon, una scarpa, un’altra cosa…”. Dopo la storia del chiodo, fermati al minimo.

11 aprile 2022 (modificato l’11 aprile 2022 | 08:44)

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