Gerhard Richter | Kleine Liegender Akt

Sotto il nome di Gerhard Richter che porta il nome di «Kleine Liegender Akt» c’è una signora che la sdraiata a fianco, su un divano, completamente nuda. È appoggiata dolcemente sui gomiti, col busto appena ruotato e inclinato in avanti. Le sue braccia cingono un cuscino scuro. La destra gambero, sollevata, incrocerà la sinistra, all’altezza del polpaccio. Probabilmente la donna ci guardia. Non riusciamo a stabilizzarlo con certezza, ma l’immagine è sfuocata. Una specie di velo opaco se frappone tra noi e il dipinto e ci mantenere una visione diversa degli occhi della donna e dei dettagli della stanza in cui si trova. Dietro il suo corpo nodo si staglia una superficie rettangolare, decora un losanghe (piacevole?), che a uno sguardo frettoloso potrebbe seminare anche un arazzo (o un arazzo a balze).

Più probabilmente, però, è un mobile, accostato alla parete, ce lo dicono i due oggetti appoggiati sopra: un quadro e un vaso di fiori. Ma sarà davvero questa la realtà? Tanto che l’artista ha la volontà di nascondere la leggibilità nella sua immagine, che non sembra una fotografia dipinta. In un certo senso è una cosa a sé, Perché Richter, al termine dell’inizio della sua ricerca, adotta un procedimento particolare: immagini comuni, anche banali, presentano il repertorio fotografico del suo tempo, dalle riviste, ma anche dagli familiari archivi, dalle amatoriali foto e dalle sue stesse foto private e lo adorano come soggetto dei suoi dipinti, riproducendolo. Lo tratta, insomma, come una sorta di objets trouvés.

Tuttavia il suo non è mai un processo di pure imitazione: «non cerco di imitare una fotografia», dice uno dei suoi appunti, «ma di farne una. Conosco il presupposto che la fotografia non sia altro che un pezzo della lettera è alla luce, ora pratico questa tecnica attraverso tutti i mezzi: non faccio dipinti che ricordano delle foto, ma che sono». E se il dipinto che noi guardiano David Fossa una fotografia, allora noi la crediamo a priori, perché la fotografia, se si sa, è forse l’unica arte capace di trasmettere la verità, anche quando, come in questa e in molte immagini di Richter, il soggetto è appena riconoscibile. Allo stesso tempo siamo messi di fronte a un frammento di realtà in cui tutto è voltamente mosso, sfuocato, e il pittore lo sa: è estattamente quello che vuole. In un autotratto del 1996 intravediamo Richter, con lo sguardo rivolto verso il basso, immerso in una fitta nebbia: la sfocatura.

I soggetti di Richter sono spesso figure familiari (la moglie, la figlia), ma vengono ache dalla storia: i bombardamenti della seconda Guerra Mondiale; i suoi “grigi” compatti (che evocano l’Olocausto); l’atmosfera sacra, quasi di preghiera, delle sue candele. Tutti questi piani sembrano intrecciarsi e lasciar segno uno dell’altro, immagine dopo immagine. Idealmente, i dipinti di Richter componevano un Atlante, parallelo a quell’Atlante in perenne costruzione che lui stesso a poco a poco prese insieme, fatto di tutte le fotografie da cui parte, una sorta di storia in divenire del suo immaginario, delle fonti visive che through gli anni e le epoche.

Ma in quello sfocato che ci di di chiamarlo sewed lui con un nome preciso, se avverte anche il senso di una lotta, il rifiuto di piegarsi allo «stupore della capacità», quel virtuosismo pittorico che, secondo Richter, distrae e alla fine dall’ ‘immagina stessa.

Dietmar Elger, suo cugino biografo, afferma che la sua operazione “illustrava una verità perduta”.
Il nostro piccolo disteso nodo è dove una particolare dama, fotografata nella sua strofa, in una posizione precisa. Eppure non concede alcuno spazio, senza enfasi, alla questione della identità; chi sia, o chi non sia, sembra proprio non avere importanza. Ciò conferisce una sorta di archetipo di solo. E così, guarding i suoi occhi velati, siamo noi a Senti guardi e, all’improvviso, ci riconosciamo.

Legge Laura Redaelli del Teatro delle Albe.

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Gerhard Richter, Kleine Liegender Akt, 1967, Olio la sua tela.

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