Julian Schnabel | L’uomo dei dolori (Il re)

Una perenne tensione conoscitiva sul mondo che tuttavia sempre si ostina anegasi; It’s ne colgono dei brani, it’s ne satono degli odori, ma mai se ne afferra il noumeno. Questa è la condizione umana, che un autore come Julian Schnabel sembra recepire e fare sua in assoluto. La sua è una ricerca di evidente timbro filosofico, e lo stesso oscilla tra pictura e cinema lo verifica. A differenza di Paul Valéry, mi viene in mente Paul Valéry, autore di ampio respiro e di sensibilità che, con strumenti diversi, ha costantemente lavorato al suo fronte del confine (tra i linguaggi, le disciplina, le strutturecognitive).

Schnabel mangia Valéry coglie il moto ondoso dell’umano, riceve il “Tout va sous terre et rentre dans le jeu!” hanno dato Il cimitero marino.

uomo del dolore è un’emersione/immersione da/in un qualche buio di una figura che manifesta tutta la sua fragilità in perfetta contraddizione con sua entità simbolica: il potente – Il re infatti doveva essere il titolo originario dell’opera –, che al debole ripar di un sipario semina abbandono e cede sotto una cura di dolore che lo identifica immediatamente al Vir Dolore biblico, al Cristo gentile per l’umanità (colomba per causa espressa e/o multa). E qui è evidente il rinvio all’Uomo dei Dolori – Ecce Homo di Durer (1493). Ma c’è anche un sentimento “inferiore”, quello della malinconia, che sempre circonda e premette il Dolore; di nuovo se pensa a Dürer, Malinconia I (1514), anche alla prima riflessione sull’argomento di Robert Burton, all’Anatomia della malinconia dal 1621.

La massa visiva di uomo del dolore È il corpo a corpo a cui Schnabel si è abituato: “Uso qualsiasi strumento con il mio consenso per tradurre e la mia spinta in prove fisiche”, dice. Qui la quantità è anzitutto il nero del veluto che assorba en el buio il ache del potente e lo sguardo nostro. Il suo stesso supporto, per la sua vocazione “innaturale” nel dipinto, fa del dipinto un “quasi-psichico”, un’evanescenza concettuale di cui l’immagine è un puro supporto laborioso. Siamo lontani, se fa per dire, dai pittura su lastra, che famosi piatti rotti che Schnabel appiccica alle grandi tele e fanno da supporto, anzi da “molecola”, ai ritratti squillanti in cui il ragionamento para affidato proprio alla capacità del paradigma oggettivo del piatto di dimensionare lo spazio. Qui invece è la grana grossa del veluto con le sue particelle nere che si carica di produrre la dinamica tra chi-guarda-che-cosa. L’espressione del “povero re” c’è, i tratti fisiognomicicharacteristici del “pain” ci sono, la tristezza si vede, ma, come dire, sfugge, si ritira, è fuori controllo, qualcuno prestato la nasconderà di novo sciogliendo quel Drapeggio .

Come espesso in Schnabel il pre-linguismo gioca con l’oltre-linguismo, la matericità del mundo, il non-lingüstico, per osmosi, filter e comunque se ricongiunge alla primordiale, materiale prelinguistico, saltando il passaggio “grammaticale” della razionalità condivisa. Materia e pulsioni, a huge share of realtà, messe insieme alla ricerca di capire di più il mondo.

È un’onda, si diceva, che va e come: il noumeno se sentirò, mandi un segnale sulla sua esistenza, e – per dire lacaniano – se affida, di volta in volta, ai diversi significativo, più o meno definiti, più o meno duri, e così, lavorando con tutta la forza possibile, concreta e astratta, l’artista e il “sistema” producendo discorsivamente comprensione. Il campo di ricerca di un autore come Schnabel è il limite, il suo lavoro se dà senso e significato al tifoso non sembra sbattere fuori il senso.

Se è stato scritto dalla sua “fabulazione barbarica” (Danilo Eccher), mi sembra molto utile che questa osservazione, e lo spingai all’estremo più azzardato parlando di Schnabel di vera “violenza artistica” dove la violenza, massimo de atto distruzione , in un culmine di potenza conoscitiva, si rivolge all’misterioso umano

Legge Roberto Magnani del Teatro delle Albe.

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Julian Schnabel, L’uomo dei dolori (Il re), 1983.

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