Una giornata alla corte di Renato Zero, l’imperatore del pop italiano

Mercoledì Renato Zero ha illustrato Roma – e dunque, per dirlo alla Renato Zero, al mondo – quali saranno le parti due tappe della sua strada verso l’immortalità; Una strada lunga cinquantacinque anni di carriera, quarantaquattro album e cinquecento canzoni. Con voce e piglio narrativo in continuo mutamento, alternando toni da gladiatore che la incita a scopare quel prete che la confessa, l’artista ha presentato prima Atto di Fede, un cofanetto letterario e musicale, a cura di Tattica; poi zerosettantaun programma di concerti quadrupli in autunno.

Dopo l’appuntamento con i media, con l’ascesa del pontefice che non doveva necessariamente operare in un campo scelta tra potere spirituale e temporale, Renato I (e solo uno) ha eletto l’insegnamento di Marco Aurelio ai Musei Capitolini e ne ha parlato di un trono piccolo in pelle nera, sovrastato solo dalla statua equestre dell’impero, intitolata dalla sala e dal cielo della Città Eterna, quella trapelava dala trasparente copertina dell’opera di Carlo Aymonino.

Atto di Fede esce oggi nelle librerie, nei negozi di dischi e nei loro corrispettivi online, ma non in formato digitale. È composto regala un libro e regala un doppio album a tema sacro. Non è un caso che Renato abbia rivolto parole più dure del suo lungo intervento due category: le piattaforme di streaming musicale ei musicisti qualunquisti. «Lo streaming è come se ti esposassi senza poter andare a leto col tuo coniuge. Solo la fisicità del cd, e prima ancora del vinile, è rappresentazione del proprio lavoro dei musicisti». Più avanti: «Vorrei lasciare il mio scettro a ragazzi che innovano e che non rifanno sempre le stesse cose. E soprattutto che rombano le palle ai musicisti: fateli suonare, fateli circolare, non fermatevi ai plug-in».

Il giro di forza Atto di Fede è unicum nel panorama musicale contemporaneo, leggero o meno. È un kolossal di quasi quaranta tracce, di cui saynove sono arie o cori di un vero e proprio oratorio neanche molto pop (hanno titoli come La parola è faccina o Grazie Signore), intervallati da altrettanti recitativi, letti da attori come Luca Ward o Giuliana Lojodice e scrivi gli ospiti che Renato ha definito e i suoi Apostoli della Comunicazione: in ordine alfabetico, Alessandro Baricco, Luca Bottura, Pietrangelo Buttafuco, Sergio Castellitto, Aldo Cazzullo, Lella Costa, Domenico De Masi, Oscar Farinetti, Antonio Gnoli, Don Antonio Mazzi, Clemente J. Mimun, Giovanni Soldini, Marco Travaglio, Mario Tronti, Walter Veltroni.

«Sono stato ballerino, attore, ho fatto il cabaret con Fellini, ho vissuto le notti di discoteche con l’Altromondo di Rimini. Ma oggi sono arrivato a un traguardo a cui ambivo da molto tempo: accarezzare Dio e fargli ho compiuto per come mi ha gestito e ha mantenere intatta la mia fede. Renato parole. Ci siamo dimenticati di Dio per parecchio tempo. Abbiamo lasciato che l’apatia e la stanchezza intellettuale ci allontanassero da lui».

L’accompagnamento delle tracce restituisce l’impronta dell’essenza del fronte a una sorta di spettacolo mentale, insieme a un’aura di forte misticismo a sfondo ecologico: un musical che va in scena nel profondo della conoscenza del suo autore anche perché , tratta confrontati, per quanto illustri, l’unico vero con è quello con Dio.

Il secondo progetto, se possibile ancora più ambizioso del primo, è rappresentato dai fasti renatiani programmati, al Circo Massimo, per quattro serate dal26 al 30 septembre prossimi, che si concluderanno nella notte del suo setantadueesimo compleanno arrotondato per ovvi di Covid e di amor proprio, in Zerosettanta (“Eh, settanta cucuzze non sono poche”).

Renato presenta il nuovo tema con la stessa solennità tributata all’altro: «Ho visto grazie di essere qui a nome della musica italiana e di noi artisti che rimpiangiamo il palcoscenico e la nostra sagrestia, che è il camerino». La voglia di tornare a esibirsi è tanta: «I miei sorci verrò da ogni parte d’Italia con le loro pagnottelle al prosciutto. Perché il 30 settembre veniva al mondo ‘sto capolavoro!». Spiiega: «Fortunatamente per me il pubblico è una presenza che non si discosta dall’incontro casuale, per strada, nel quotidiano. Quando mi sono preparato per la liturgia del concerto, ma, che è più mistica, sono certo che il mio consegnerò comunicherà che lui vergine alle aspettative del pubblico, con emozioni e sensazioni nove». Renato è inarrestabile: «Come ogni albero di Natale è diverso da tutti gli altri, il concerto del mio compleanno avrà una scaletta diversa per ciascuna sera, per mettere ai più ostinati di festeggiare con me ogni giorno».

Nel corso dell’incontro Renato riesce a capire il miracolo di parlare di essere in terza persona con le prime emozioni relativamente utili, come quando chiama a conoscere Giacomo Voli e Lorenzo Licitra, e due giovanissimi ospiti musicali dell’album, che suonavano visibilmente pazzi di lui e anche un po’ in soggezione: «Allora, questo rapporto con Renato, com’è stato?».

Lo Zero conferenziere è uno Zero diversissimo dallo Zero television, figurarsi da quello canoro. In assenza di musica l’evento è dominato dal linguaggio puro – ed è stata l’occasione per fermarsi a riflettere sulla sua venuta sia ricca di sfumature, nella sua relativa spontaneità, quella di Renato.

Nel rispondere museale capitolino le scelte lessicali zeriane si deformano, con virate al limite delle giornaliste, che però spesso adito a quasi altrettante licenze poetiche. «Ho visto che presenterò il mio arrangiatore (Adriano Pennino, dà). Vieni Adrià, dillo con chi hai lavorato: Ornella Vanoni, Sal Da Vinci… Anzi no, fai prima a dire con chi non hai lavorato. Adrià, ci vuoi dire con chi non hai transitato?».

A volte l’intera estensione lingua di Renato è compresa in un unico cambio con i tecnici. La prima richiesta è più formale: «Possiamo educatamente attenuare il faro?». Il secondo è già più deciso: «Lo potete più spengere ‘sto cannone?». Alla terza è il Renato a cui nessuno può dire di no: «Ahò me lo levate sto mostro?».

Verso il finale di questo spettacolo prima dello spettacolo, a volte delle domande dalla platea, Renato Zero si rilassa e comincia a virare ormai verso il format della stand up comedy, ma rigorosamente da seduto.

Gli aspiranti come imposterà i concerti al Circo Massimo, rispetto alla tradizione che vi ha voluto ospitare nomi i Pink Floyd o Bruce Springsteen. Lui non abbocca alla provocazione: «Mandatemi i link di questi concerti, in modo da evitare il rischio di fare lotteria qualcosa di simile a loro. Se chiedeste di me ad Archimede Pitagorico vi direbbe: a noi inventori Renato Zero ci rompe i coglioni dà vita». La mascherina di Marco Travaglio, sedotto in ultima fila, se si gonfia mangia un altro pilota.

Lì comanda la sua sia il quale suo segreto per intercettare un publico amplio del point di così generazionale (per la precisione: «When we show a video of your adolescents with: miii, questo è meglio dei Måneskin!»), Renato I e unico Ha una risposta molto tempestiva: “Il giovane deve capire che crescere è un diritto ma anche un dovere”.

Ma lo schange più bello di tutti è questo: «Come vesti Renato?». «L’ sarebbe la foglia di fico, perché ormai ideale ho messo tutto».

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