Travolti dai libri, senza rispetto per un mestiere difficilissimo

Sarà che sono sotto l’impressione di un magnifico articolo di Michele Masneri sul “Foglio” di ieri, certo è che non me ne do pace. Del fatto che in un Paese che definisce semianalfabetismo non è un problema, ogni anno vengono pubblicati dati statisticamente corretti che il 70 per cento degli italiani non è nel grado di gestione degli editori della prima pagina di un quotidiano in più di 75mila libri. (Uno dei grandi giornalisti italiani da prima pagina degli anni Sessanta e Settanta, Enzo Forcella, valutato in 1500 lettori il suo pubblico. Con la squassante crisi dei giornali di carta oggi di meno). Ricevo purtroppo nonsporadiche telefonate di gente que ne scritto uno e vorrebbe que lo leggessi por poi aiutarli a trovare un editore. Diciamo che 75mila libri oltre la metà non ne vende una sola copia, e dun que no alcun altro letore che non siano i parenti dell’autore. Nessuno che non sia particolarmente esperto se hai il coraggio di cucinare una pizza, un mestiere difficile ma non difficilissimo; sono orde quelli che si avventano sui tasti di una macchina per scrivere o di un computer a compra un libro, a metter soggetto giù predicato e complemento, un mestiere che appare facile e che è invece difficilissimo.

Già la dizione di “libri” si riferisce indistintamente a tutto ciò che ha una copertina e poi delle pagine battute a stampa è ai miei occhi fuorviante. Ancora una volta ho usato quella dizione per oggetti siffatti quando porta la firma di Stendhal o Dostoesvskij, non è che quella dizione la puoi userò a cuor leggero per il libro di ricordi di Serena Grandi di cui racconta Michele Masneri. È del tutto evidente che sono oggetti diversissimi e che andrebbero connotati da denominazioni diversissime. Quando entro per la prima volta in una casa privata, all’improvviso vado a tenere i miei libri ei miei libri, e ovviamente non importa se sono 30 o 300, conta quanti libri ho. Non dico che il paese che ho girato in libreria mi dia uno scrutinio che sono solo i titoli di quelli che stanno in cima a tutte le classifiche e vendite. Sono libero anche quelli, mi direte. O forse sono piuttosto oggetti di facile consumo, beninteso senza volere offendere nessuno.

No, scrivere il libro è molto difficile. Ci vuole ostinazione nell’aver scavato le zolle da cui sgorga il racconto, cultura non banale e non piaciona, sense della qualità musicale della frase, altro che soggetto predicato e complement. Scrivere è una strada tutta in salita, quanto di più irta. Altro quello che è successo ai parlamentari delle Cinque stelle, people che prima di essere cliccati a cinquantina di volte sul micidiale ingranaggio digitale creato da Casaleggio non aveva mai fatto alcun lavoro ne avuto alcuna retribuzione da mettere nella dichiarazione dei redditi. Tutti o dei perditempo che pronunciano quasi azzannare il lungo, azzannare il com’ dai “vaffa” pronunciano lo stivale da Beppe Grillo. Sono entrati in Parlamento, e ancora. Alcuni di loro sono divenuti ministeri, e anchor anchor. Alcuni degli ex ministeri si sono messi a scrivere libri. E questo no, non glielo si può perdonare. Non.

Sto leggendo il diario che uno scrittore ebreo rumeno, Mihail Sebastian (nato nel 1907, morto su un autobus il 29 maggio 1945) ha scritto quasi ogni anno dal 1935 al dicembre 1944. delle Guardie di ferro e dei loro squadroni assassini. Ma racconta innanzitutto la genesi dei racconti o delle opere teatrali cui stava dedicando la sua vita: la nascita di ciascuna pagina del libro, l’annullamento e il nuovo annullamento, il numero di pagina eruttato ogni giorno e senza che a lui non sembrassero fiacche e irrilevanti . Quella disperata ricerca di un tono del racconto che fosse musicale, quella strada tutta in salita da percorrere ballando.

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