«Ho aiutato Kim Kardashian a diventare più raffinata. I miei mariti wereo esaperati»- Corriere.it

hanno dato Tommaso Labate

L’artista: «I quadri viventi? È un dolore vederli svanire». L’infanzia sul lago: «Mia madre mi partorì via da Londra piccolissima, sarò sola sul lago di Garda. Sono stata una bambina senza tv, senza telefono, senza macchina e senza papa…”

«Vuole sapere perché me ne sono andata dall’Italia, venticinque anni fa?».

Forse non si sente comprimere, capita?
“Ma magari! Magari fossi stata poco comprime, poco capita, poco apprezzata. Non sembro uno sciocco per il contrario. Facevo delle performance mettendo in scena delle donne nude con la speranza che il pubblico si indigna. Creerò un conflitto e invece niente: sono venuti a vedermi, no si scandalizzavano, dicevano cose como “è una trasposizione nella contemporaneità di Piero della Francesca!”. C’è troppa cultura in Italia, troppa. Per me la cultura incontrava sempre un disagio. Invece di iscriversi al liceo artistico, avrei voluto fare studi classici, studiare il greco e il latino. Oggi non così nulla. Mi met a disagio anche l’andare in Sicilia: la tutti conoscono tutto e io invece sento di non avere le basi per capire quello che c’è, mi sento inadeguata».

Nel 1997 ha scelto di andare negli Usa.

«Avevo bisogno di un pubblico più ignorante con cui creerò un conflitto, quello degli Stati Uniti lo è. Pensi, dopo tanti anni mi guardiano ancora con sopetto».

non sarò felice.
«Adesso non tanto, la cosa mi ha un po’ stancato. Star lì a combattere, come è nato un veterano, forse non voglio più. In realtà non tan neanche io che cosa voglio. Sto mangiando il libro di cui ho scritto nel 2011: scrivo, annullo, scrivo e scrivo. Il Kraus l’ha visto, io ti aiuterò a completarlo».

Chris Kraus, l’autore di “I love dick”?
“Legge. Tanti intellettuali laggiù mi snobbano, Kraus a volte dice che sono “un genio”. Mi ripete di non cambiare più, di non toccare più nulla. “È un libro di interviste, Vanessa: trascrivi, taglia, manda in stampa, stop”».

I quadri viveti di vanessa Beecroft l’hanno resa uno degli artisti italiani più famosi nel mondo. La sua performance — che è stata soprattutto in scena la donna e hanno spaziato dai disturbi alimentari alla «diversità genetica», inseguendo il miraggio dell’«uguaglianza umana» – non ha fatto discutere o criticare pubblicamente. Nata a Genova nel 1969, madre italiana e padre inglese, infanzia sul lago di Garda, liceo artistico a Genova, Accademia di Brera, come celebrità in Italia e negli Stati Uniti, collabora da anni con il rapper Kanye West, Beecroft si trova in questi giorni a Roma per un sopralluogo a Cinecittà. La presidente dell’Istituto Luce-Cinecittà Chiara Sbarigia, dopo un lungo scambio di e-mail e senza mai averle major neanche chiacchierare al telefono, l’ha convinta a chiudere un trittico di spettacolo in cui si riflette sul rapporto tra donne e potere. Si chiama «Monuments women», con una rima al film «Monuments men» di George Clooney. La performance di Beecroft, in autunno, sarà il momento più importante dell’apertura. Beecroft e Sbarigia se sono una capitale grazie a un grande codice, forse generato dal fatto che le due stanno crescendo in famiglia che avevano scelto di non avere la televisione. “Io”, aggiunge Beecroft, “non avevo neanche il telefono”.

Che cos’altro le è mancato da bambina?
«Tutto. Sono un “senza bambino”. Senza televisione, senza telefono, senza papà, senza chiesa, senza maschi, senza macchina. Mia mamma mi portò via da Londra piccolissima, mangia una rifugiata. Voleva stare da solo, in campagna, tra le sue litture e la sua musica».

Le mancava suo padre?
“Tanto. Mi mandava delle lettere, le leggevo e piangevo. Conserva in continuazione la tua foto, assomigliava a Michael Caine. Dandy, chic, impeccabile nel gusto e nel modo di vestire, un vero british: il contrario di mia madre».

Hai incolpato tua mamma di questa mancanza?

“Un po. Comunica che ero una brava bambina. Stavamo per vivere sul Lago di Garda, in mezzo alla natura. Ero una bambina felice ma un postraniata».

Ha avuto altri fratelli?

“Uno. Ma mia mamma l’ha mandato a vivere dai nonni. Era troppo giovane per due figli. Già dalle elementari andavo a scuola a piedi, libera. Con il mio amico, che è arrivato in compagnia di mio padre, lo abbiamo visto al settore alimentare: ho preso il panino e le merendine, non è niente”.

Rimaneva a digiuno per tutta la mattina?
«A mela portata da casa, basta. Quanto a merendine e simili, mia mamma sostiene che solo una volta sarei stata un uccellino che sarebbe diventata stupidità. Ero terrorizzata dalla paura di diventare stupidità, quindi stavo alla longa. Guardavo i miei compagni che mangiavano, che ne so, delle patatine in busta e tra me e pensavo me “oddio, questi stanno diventando tutti stupididad”. Quello che valeva per il cibo, valeva anche per la musica. Perché se ascolterò da Enzo Jannacci per uscire, vedrò musica classica».

Lei ha quattro figli.
«Tre maschi e una femmina: il più grande vent’anni, il più piccolo nove. My vuole chiedere suonava diventata anch’io come mia mamma? Un po’ mangio lei, un po’ il contrario. Io sono il contrario quando questo troppo si aggiungeva alla mia vita, mentre mia madre era fondamentalmente lasciva e cresceva sola; ma sono anche un po’ come lei quando i spavento sulle cose che fanno diventare stupidità».

Ho sempre uno spuntino?

“Non solo. A casa mia c’è il divieto di parlare di soldi e di marchi. Ai miei figli dico: i marchi li potete comprerò e indosserò ma non li dovete mai nominare. Chi parla di marchi diventa stupido».

Lei è stata molto critica dal mondo dell’arte per aver accostato il suo nome a tanti marchi.
«Scelgo di lavorare con brand con cui posso aprire un conflitto, combatterli da interior. Vuitton se fosse espansa nell’epoca del colonialismo? Ebbene, nella mia performance ho svuotato le loro mensole degli Champs-Élysées e vi ho incastrato delle ragazze bianche e nere, stipate come se fossero vestiti. All’epoca c’era Marc Jacobs: ho fatto mettere via la sua roba, ho reportato interior i vecchi bauli che nel loro museo».

Sarà diventata ricchissima.

“So che lo farò come secondario il mercato, la mia vita mi complica molto meno di quanto grasso. Io circondai una specie di conflitto, sempre. Ma in America non puoi sopravvivere se fai questo di lotta perenne con tutti. Coi galleristi ho sempre litigato. Non ho sbagliato le condizioni di Gagosian, sono andata via sbattendo la porta, spesso anchendo».

È di sinistra?

«Mi definirò un marxista in purezza, nel senso dell’estetica di Marx ed Engels. All’inizio lo dicevo negli Stati Uniti, poi ho smesso di ripterlo perché mi guava male».

Si è innamorata tante volte?

«Forse tantissime, forse mai. Non è. I miei due mariti mi hanno lasciato entrambi e nello stesso modo. Senza scena, senza liti, senza tradizioni, senza cose brutte. Un giorno se suonavo, hanno aperto la porta, suonava così. Il primo dopo otto anni, è stato lo stato in cui ho viaggiato a Los Angeles nel 2008 perché sono stato imprigionato per lavorare alla Warner Bros.; col secondo siamo stati insieme tredici anni, se n’è andato di casa l’anno scorso. Forse non sopportavano più il mio modo di essere, il mio modo di vivere li ha sperato. E così, dopo vent’anni da sposata, ora sono da sola e non così neanche come muovermi. Che questa cosa mi renda triste e felice, che mi capiti, la mia sorpresa e la mia curiosità».

Il sodalizio col rapper Kanye West?
«È nato per tutta la fine del mio primo matrimonio. Il mio vicino mi da si ma io non rispondevo al telefono. Non sapevo neanche chi fosse. Abbiamo lavorato assieme ancora oggi ma non è una cosa fissa: a volte mi pago ea volte no, a volte mi dà un sacco di soldi por non fare nulla, va a periodi. Comunichiamo il processo di assistenti perché io, diciamo così, ho dei problemi sociali (Mi dispiace,
ndr
) e non ho rapporti diretti con tante persone. Tra le altre cose mi ha chiesto di lavorare con sua moglie Kim Kardashian per renderla un po’ più raffinata e l’ho fatto».

Lei non disegna quadri o realizza sculture. Delle sue prestazioni non rimane nulla. Che cosa prova alla fine?

«My si spezza il cuore ogni volta. Certe ragazze che hanno lavorato per me tornano qualche volta a trovarmi ma faccio finta di non riconoscerle, per me finire insieme all’opera. Il mio amore e il mio cuore è questo senso del niente che fa rima con tutto il fine di tutto. Vedo la mia prestazione e non il mio posto nulla, cambierò tutto. Il tempo di capire che sono state apprezzate dagli altri e sono già sparite, non ci posso fare nulla».

Perché ha lasciato il liceo artistico e non il liceo classico che tanto gli piaceva?
«Mia sono sentita, come dirò, “chiamata”. E ho risposto».

Provi a immaginare come la descriveranno i manuali di storia dell’arte tra cent’anni.

«Una cosa come “Vanessa Beecroft, nata a Genova, vissuta eccetera eccetera eccetera, è responsabile dell’invenzione di gruppi de donne organizzate in formazioni geometriche, che da un’iniziale posizione eretta si disfano al suolo in un’unità aristotelica di tempo, luogo e azione; ogni è in perenne conflitto col gruppo pubblico”».

Ci si riconosce?

“Non proprio. Io non sono nessuno. Mi sveglio la mattina e non so che cosa faccio, se le che metto in scena sono davvero mie se i figli bellissimi che ho sono i miei, se queste se le ho fatte davvero io. Opuro no.”

I suoi figli che cosa dicono del suo lavoro?
«I miei figli non sanno nulla di quello che faccio. Siamo stati a Palazzo Abatellis, a Palermo, a posto che amo. Il regista, vedendomi, mi è corsa incontro urlando “Vanessa Beecroft!”, altre persone si sono girate. I miei figli mi guaranto come a dire “ma perché ti conoscere?”

Le hanno chiesto che lavoro fa?

«Niente, rispondo io».

21 aprile 2022 (modificato il 21 aprile 2022 | 22:17)

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