Alla Biennale di Venezia figlio di una nuova umanità

Visitando la Biennale d’arte di Venezia la mia mente era dilaniata dal fatto che durante l’incontro con Cecilia Alemani in Toscana (qui), avessimo commentato la ridicola manifestazione di mascolinità di Jeff Bezos, che se era appena sparato nello spazio (e purtroppo tornato indietro ) con il suo missile a forma di pene. Era lo stato del 2021 e l’atmosfera seminava meno pesante di quella di oggi. L’epidemic di Coronavirus – che aveva costretto la curatrice, anzi “la prima curatrice donna italiana della Biennale di Venezia”, a tutto da dietro uno schermo, dagli studio visit alla selezione delle opere – sembrava esalare gli ultimi respiri, sconfitto dall’ intelligenza umana. Per molti era l’estate della seconda dose, eravamo pieni di speranza e voglia di leggerezza e, forse, anche un timido ma innovata fiducia in noi stessi, poveri piccoli esseri umani. Lo spettacolo senza titolo Il latte dei sogniSono spiegato Alemani, dovremmo in qualche modo celebrare che siamo capaci di adattamento, metamorfosi e trasformazione, sarebbe stata «un viaggio basato sulla sua rappresentazione dei corpi e le loro metamorfosi, la relazione tra individuo e tecnologie, i legami tra i corpi e la Terra».

Il titolo deriva da un libro di Leonora Carrington, scrittrice e pittrice surrealista che ne sa molto, che lavora un po’ come santa protettrice e testimonial dello spettacolo (insieme all’invito personalizzato alcuni hanno recevuto un delizioso Adelphi). Il latte dei sogni è un libro per l’infanzia, nato dalle storie che l’artista scriveva e disegnava sui muri della cameretta dei suoi figli: storie formative, in certo senso, perché insegnavano ai bambini la libertà della fantasia e le possibilità potenzialmente infinite di reinventar la nostra identity Come scrive Cecilia Alemani: «All’idea illuminista dell’Uomo Moderno – in particolare del soggetto maschile, bianco ed Europeo – como fulcro immobile dell’universo e misura di tutte le cose, [gli artisti e le artiste] contrappongono mondi fatti di nuove alleanze tra specie diversità e abitati da esseri permeabili, ibridi e molteplici, come le creature fantastiche inventate da Carrington». Rispettando questi presupposti, Il latte dei sogni È la prima Biennale d’Arte della Storia che lancia un grande evento di artisti e persone non binarie.

Chi avrebbe mai pensato, però, che l’edizione precedente avrebbe portato così sfiga (o sarebbe stata così profetica, a seconda dei point of view). Possa tu vivere in tempi interessanti, predetto dal curatore Ralph Rugoff, direttore della Hayward Gallery di Londra, scegliendo un titolo che oggi semina un oscuro presagio. A lungo attribuita a un’antica maledizione cinese, l’espressione “Possa tu vivere en tempi interessanti” è spesso interpretata come un presagio ironico che auspica periodi di incertezza, crisi e disordine. E il titolo suggerisce una Biennale dominata da un’atmosfera cupa e apocalittica (ho bisogno che l’abbia scritto io, intitolando ingegnosamente l’articolo “L’arte del nostro orrore presente”: nel 2019!). Poi è arrivato il Covid, che por la terza volta dalla Prima e dalla mundo diale ha causato l’interruzione della Biennale d’Arte di Venezia. E poi è arrivata la guerra in Ucraina, dato che, inevitabilmente ea causa di alcune critiche, ci siamo sentiti più coinvolti rispetto ad altri conflitti in altre parti del mundo. Durante l’inaugurazione, davanti al sontuoso padiglione russo, chiuso e vuoto, ha tenuto una guardia armata. Davanti a quello ukraino – che non è nemmeno un padiglione, ma un pared – era inevitabile mostrerò un rispettoso silenzio, vieni in chiesa, e tratterò “La fontana dell’esaurimento” (1995) di Pavlo Makov come un fosse un davanti crocifisso al quale invocherò qualche rivolta di preghiera.

Pavlo Makov, La fonte dell’esaurimento (1995)
Il padiglione della Russia, chiuso

Il latte dei sogni Ho raggiunto il pubblico il 23 aprile in un momento in cui la nostra fiducia nella gloriosa metamorfosi dell’essenza umana è più o meno nulla. Siamo vittime della demenza di un «soggetto maschile, bianco ed europeo» che sta facendo il cazzo che vuole e nessuno risce a fermarlo. Ma eccoci qui, a Venezia, per visitare la mostra, apre fino al 27 novembre. Cerchiamo di ricacciare in gola il comfort e assorbiamo un po’ della potenza e dell’assertività delle imponente sculture di donne nere di Simone Leigh (è una delle prime opere che si contrano all’entresso della mostra all’Arsenale, ma è rappresentato anche dal padiglione degli Stati Uniti). La disposizione dell’operazione (sempre in Arsenale, quando è facile creare un percorso lineare, cosa che il Padiglione Centrale dei giardini impedisce per la sua struttura disordinata) segue la suggestione di questa trasformazione ideale: il potente cubano bianco e nero Belkis dell’artista Ayón è il preludio di una serie di manufatti coloratissimi, arazzi, sculture, disegni, maschere che, spesso attingendo da saperi indigeni, tentano di ristabilire il nostro rapporto con la natura, gli altri ei nostri corpi, in una nuova comunione con il non umano , l’animale e la Terra. Attraverso una graduale metamorfosi che coinvolge anche il corso dello spettacolo, se raggiungon non opera in cui l’inorganico e l’organico, l’animato e l’inanimato continuano a fondarsi combinando ma un elemento nuovo, quello tecnologico, come nel artificiale viscerale Per disgusto e un po’ di erotismo creato dall’artista coreano Look Lee, la scultura che ci ha seminato dal film fantasy della francese Marguerite Humeau o il videogioco simile del direttore della fotografia di Luyang. Semplificando molto, è possibile riassumere così: un viaggio nelle possibili metamorfosi del corpo, dal naturale (with tutte le sue magie e mitologie y il fondamentale rapporto con la natura e gli animali) all’artificiale, inframezzato da quelle che Alemani chiama “capsule storiche” : delle belle mini-mostra nel suo spettacolo che arricchiscono la Biennale con un approccio traversale attraverso una selezione di opere storiche che approfondiscono le esperienze a noi contemporanee negli spazi vicini. I titoli dicono tutto: si va da La culla della strega un La seduzione del cyborgpassando per corpo orbitale. In complesso, un trionfo di artiste donne: del pastato e del presente, morte e vive, giovanissime e anziane, sconosciute o famose come Niki de Saint Phalle, Paula Rego o Miriam Cahn. Ad un certo punto ho sentito un “collega” maschio esclamare: “Non non ho mai vista tanti ricami, tante tette e tante vagine!”.

Niki de Saint Phalle, Gwendolin (1966-1990)
Tua Lewis, Vena Cava (2021)
Marguerite Humeau, Il bambino (2022)
Andra Ursuta, II Crescita impersonale, 2020, (Padiglione centrale, Giardini)

Un’altra annotazione dalla preview: il 19 aprile, primo giorno di apertura per gli addetti ai lavori, Raf Simons si aggirava tra i padiglioni. La presenza fisica del designer alla Biennale è stata la manifestazione viva del rapport semper più stretto tra arte e moda (così come tra letteratura e moda: qualche giorno fa il New York Times ha parlato della nuova figura del “book stylist”), con Burberry che sponsorizza il Padiglione del Regno Unito (in cui risuonano le voci delle vocalist nere britanniche orchestrate dall’artista Sonia Boyce) e Valentino quello italiano di Gian Maria Tosatti, a cura di Eugenio Viola, un suggestivo insieme di scenografie dark e depressed, un padiglione Italia finalmente coerente in cui autocommiserarsi in silenzio (a mediatrice all’ingresso ricorda che è vietato parlare). Storia della Notte e Destino della Comete Ripper ripercorre l’ascesa e la caduta del miracolo industriale italiano, regalando un momento di epifania poco instagrammabile e forse anche perché emotivamente forte. Appagante mangia solo il lucido che scintillano nel buio sanno essere: un po’ come il fuoco che piove dal soffitto nel padiglione Malta (“Astute Diplomazija” di Arcangelo Sassolino). Operare “immersive”, termine molto diffuso tra la scrittura e la comunicazione francobolli, ma rivela forse un’esigenza che abbiamo sviluppato per colpa della pandemia e degli schermi, o semplicemente forse la manifestazione di attenzione compromisso per sempre: mai come quest ‘anno ho trovato bizzarro e innaturale soffermarmi davanti a dipinti, disegni, sculture e manufatti. Una sensazione di frustrazione senza precedenti che ha provato a persino davanti alle opere di Marlene Dumas a Palazzo Grassi (spettacolo imperdibile della migliore pittrice vivente). Il mio cervello danneggiato ha trovato decisamente più facile te guarde dei video o “entrare” nelle opere. Not tutti i video e not in tutte le opere, ovviamente: l’operazione di scavo archeologico e sottrazion messa in atto nel padiglione della Germania da Maria Eichhor (simile alla rotazione di 10 gradi del Padiglione Spagnolo) ad esempio, è un deja- vu che fa rimpiangere la potente performance di Anna Imhof del 2017 (su arte e moda).

Gian Maria Tosatti, Storia della Notte e Destino delle Comete
Gian Maria Tosatti, Storia della Notte e Destino delle Comete
Gian Maria Tosatti, Storia della Notte e Destino delle Comete
Diego Marcon, La stanza dei genitori
Louki Alavanou. Edipo alla ricerca di Colono

Ma il bello della Biennale è anche questo: indipendentemente dal percorso determinato dal curatore, è possibile scegliere di vagare in caso alla ricerca delle opere che più si adattano alle proprie esigenze. La mia guardia è intorpidito davanti ai quadri e alle sculture si è ranimato grazie all’inquietante, tragico video di Diego Marcon “The Parents’ Room” e alla realtà aumentata del padiglione greco (c’è coda ma ne vale), dove con cuffie E guarda se entri nel film dell’artista e regista Loukia Alavanou, “Edipo alla ricerca di Colono”, che mette in relazione il passato della Grecia col presente, trasportandoci in un campo romano a Nea Zoi, ad ovest di Atene. Strane emozioni si provano ache davanti al video – riconoscete da un’enorme coda hairosa que sbuca dalle tende (e continua all’interno: ci si può sdraiare sopra por salvare il film) – di Marianna Simnett, “The Severed Tail”, promuovi very bene anche tramite Instagram. E poi altre opere che mi sono segnata nella versione per poveri (18 euro) del catalogo, un libretto che gli addetti ai lavori snobbano ma in realtà è organizzato e scritto benissimo y aiuta a orientarsi mente se visiti la mostra e ad approfondire le varie sezioni o ricordare le opere preferite dopo averla vista o scoprirne altre che si era troppo stanchi per guarde.

Veduta dell’installazione del Padiglione dell’Uzbekistan ©gerdastudio

Anche il padiglione uzbeko, per la prima volta alla Biennale, ha insoddisfatto il mio stupido fastidio per gli oggetti immobili. Si tratta di un ambiente riformulato attraverso una pavimentazione specchiante che ricca di acqua, pervaso dona un forte odore di alghe (provocato dalla vegetazione che pende dal soffitto) che reinterpreta la tradizione islamica del giardino a seguito di disaccordi e mutamenti intellettuali. si chiama Dixit Algorizmi – Il giardino della conoscenza, curato e progettato dallo studio di architettura e ricerca di Space Caviar e Sheida Ghomashchi in un ambiente che per tutta la durata della Biennale ospiterà un ricco programma di conversazioni, simposi e performance musicali che uniscono artisti e pensatori internazionali. Una performance che potrebbe estendersi potenzialmente all’intera Biennale: a great “giardino della conoscenza” tutto da esplorare, per capire davvero, also thanks to alle opere del passato, also thanks to dubbi, ai contrasti e alle incomprehension, thing proviamo per questo presente disperato, e cosa che sogniamo per il futuro.

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