Lo Scaffale dei Libri, la nostra rubrica seventimanale: diamo i voti Randagi di Amerighi, Circe di Miller, La madrivora di Larraquy e Sally Rooney

So una cosa che funziona bene Randagiscritto dà Marco Americhi (Bollati Boringhieri) è la prima pagina. Il numero 11 per la precisione. Non lasciare traccia, in quelle poche righe in cui l’opera prende l’abbrivio, del disincanto, del furore, della tragicommedia della vita che il romanzo offfre nelle rimanenti 381 page è davvero un peccato (veniale). Randagi va quindi subito azzannato a pagina 12 perché poi è impossibile riporlo tra le leggere da leggere in spiaggia tra qualche mese. incollato con ruvida disillusa e smaliziata giocosità toscaneggianteimpreziosito dà una descrizione tonica e vivida che se sviluppa i suoi corposi e istrionici tratti degli indimenticabili personaggi del racconto, Randagi è una di quelle saghe familiari che veronesianamente non rispetta del tutto il topos della prevedibilità strutturale della trama (Il terribile e doloroso incidente non è nel finale). Giustamente perché questo Randagi è un racconto di formazione esemplar que si amorevoluntely amorevoluntely continuamente la sua figura di contorno, i suoi abbellimenti laterali del contesto principale, tali per cui non tutto rimane già robuste (e ferite rimane sulle spalle dei fratelli pisani Tommaso e Pietro. Il primo più grande, genio e sregolatezza, brillante promessa dello studio, dello sport (con calcistico esoterico in A), donne a pioggia, disinvolvura nel mondo; il tremendamente introverso secondo, impattato “capellone sovrappeso” con le donne e con gli amici, magico executor di accordi altrui con la chitarra mai una gioia nel creane di propri. Attorno a loro c’è il babbo detto “il mutilato”, Mamma Tiziana, i due nonni al piano superiore, inquilini di una palazzina che si affaccia sulla torre di Pisa, quando il diciannove e il più dolce del futuro progressista è finalmente finito e i duemila sono iniziati tremendamente con attentati e terrorismo. Si diceva della maledizione dei Benati – inciso: la scomparsa improvvisa per qualche tempo dei maschi della famiglia. È toccato al nonno, poi al Mutilo ora sembra l’ora di Pietro, invece tocca a Tommaso. E saranno quintali di gioie con un catino di lacrime. Il tempo rotola velocissimo in Randagi, ei due ragazzi si spostano, si muovono, incontrano veloci, conoscono per mezza Europa e mezzo mondo (generazione Erasmus si, ma senza compiacimento e puzza sotto al naso) anche se è radicato in profondità e quello della loro terra (timbro entrambi per i progressisti contemporanei male poi in fondo non farebbe). Ed è qui che il romanzo di Amerighi diventa tumultuoso, inesausto, vieni felice di correre da Madrid a New York, passando per il Sud America, e ancora a Pisa, mescolando studenti gigolo, ragazze spagnole splendide e svalvolate, don chisciottismo e cronaca spicciola. randagi è un funambolico stralcio storico, umano, viscerale di affetti familiari, di giovani vite che immaginano il futuro prima che accada e prima di non vivo forse mai. Immobiliare, spaventati e guerrieri. Poi pure il fazzoletto ci vuole. E attenti a non ritrovar un amuleto sulle rive dell’Arno. La maledizione di Benati potrebbe continuare. Voto (spiscioratissimo): 8.

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