Il disco pop più matto dell’anno l’ha fatto VV

Non sembra vero che l’album pop sia lo stesso anno dopo l’abbia fatto VV, favoloso outsider, autrice capace, musicista con lo sguardo rivolto sempre in avanti, ora anche creativo del mondo. Non pare vero perché l’avevamo lasciata alle prese con la canzone piena d’immaginazione ma tutto sommato tradizionale di la gioia e il dolore cosmico di lacrime. La ritroviamo si immerge in un universo parallelo e iperpop (e anche un po’ hyperpop) mentre canta le sue canzoni colorate, folli e fanciullesche, lanciata in un viaggio verso l’ignoto strutturato como un videogame. Sperando che arrivasse un attimo cugino della partita Felicità.

VV, che di nome fa Viviana Colombo, non somiglia a nessun’altra, tanto più adesso che s’è inventata il metaVVerso del suo primo album Pensavo che i sogni si sentissero. Sono nove canzoni quattro e inframmezzate dai quattro interludi toccati dai glitch e dai bleep tipici del videogioco. È un trattatello pop sulla ricerca di senso in cui si è continuamente sballottati da pezzi carichi di stimoli sonori, canzoni piene di svolte inattese, di sporcature volute, di drop che s’aprono come buche sotto i piedi e ti portano altrove. «C’è l’idea» dice VV «Userò variazioni di tempo e modulazioni armoniche per vivere lontano un viaggio a chi ascolta, ma non lontano da me rilassare in uno schema tradizionale che ha stufato prima di tutto me. Sento il bisogno di colore, di movimento».

Già scrittore e cantante, VV s’è occupata della produzione al fianco di Federico Nardelli, laureato in musica elettronica e in composizione per musica applicata al Conservatorio di Santa Cecilia di Roma, già in studio con Tommaso Paradiso, Ligabue, Colapesce e Dimartino , Fulminacci, Samuel, Gazzelle, Francesca Michielin e molti altri. “Non tan neanche dirti che musica sia”, dice VV. Non importa. Darò un nome meno generico di “pop” a questo inutile album.

L’album nasce come un mix di analogico e digitale, con il secondo utilizzato per manipolare il cugino fine per renderlo irriconoscibile. «Mi piace l’idea di mischiare passato e presente, miscelare ritmiche analogiche e campioni», spiega VV. «Non limitatevi se utilizzerò una strumentazione dati, creerò un nuovo sono che sia il risultato dell’addizione di vari elementi. Abbiamo sperimentato una strumentazione meno convenzionale, abbiamo usato come esempio la batteria OP-1, una specie di costoso giocattolo che se si presta molto a lavorare con la sua pressione da una varietà di font, ma anche con il Moog, vari plug -ins che sono stati riprodotti a titolo esemplificativo 808 o il Mellotron, un minuscolo amplificatore a pile della Marshall». La voce è spesso filtrata, a volte resa quasi irriconoscibile, alterata nell’altezza, moltiplicata. «Abbiamo usato moltissimo un plug-in AlterBoy che altera la forma della voce. Non volevo fare uno di quei dischi in cui l’artista e la sua voce sono al centro. Ho acceso dovuto: la voce nel ritornello è totalmente pitchata verso l’alto, con un effetto quasi infantile». Con il risultato che la voce viene decentrata e trasformata in sonno, una scelta che allontana VV dal classico pop italiano.

Pensavo che i sogni si sentissero sta all’intersezione fra immaginario da videogame, digicore, mondo delle anime. «Il mio posto l’estetica di certe cose che vengono dal Giappone, ecco perché i suoni giocosi oi glitch, la vena surreale, la metafora dei videogiochi». Non i videogiochi d’ultima generazione, non quelli in alta definizione che cercano di replicare alla perfezione la realtà. L’album evoca piuttosto i vecchi videogame da sala giochi. Tutto concorre a creare un VVland molto colorato e molto lo-fi, non la riproduzione estata della realtà in cui vivevamo, in un mondo alternativo dove far scorrazzare un avatar che si interroga: sei felice?

Una delle cose interessanti è che questa idea non nasce da un’aspirante popstar che si dice custodita dalla figura di Charli XCX o dalla raffinatezza di Caroline Polachek, ma da un artista della musica italiana che cita Jovanotti come esempio per seguire l’artista che «ha la capacità di unire la leggerezza e la voglia di far star bene chi ascolta». Questa spinta vitalistica è realizzata non solo nei testi, ma anche nella musica, ad esempio in antidoto che VV presenterà al concertone del Primo maggio accompagnata dal chitarrista Ettore Giannì, a sentirsi bene canzone che racconta l’amore come contravveleno alla tristezza esistenziale, o in ScintillaInvito elementare, se non proprio primitivo a saltare e ballare con un testo ridotto ai minimi termini e un urlo alla James Brown, tramite Prince.

fatto sta che Pensavo che i sogni si sentissero è assieme esilarante, buffo e niente affatto pretenzioso. Parte con una canzone titolata Veleno che non c’è una struttura tradizionale, ma è un viaggio in tre tocchi che culmina in una goccia. E va avanti, il disco, raccontando ed evocando i ribellione alla noia e al senso d’impotenza, il cambiamento a cui aneliamo e che spesso siamo i primi a sabotare. E en pezzi vieni dovuto La title track suggerisce che se ci si salva, ci si salva assieme agli altri – questi altri che per la prima volta è entrato nel mondo di VV. «L’EP Versetto dell’anno scorso era un dialogo su me stessa e per me stessa. Adesso ho voglia di coinvolgere anche gli altri nelle mie domande esistenziali. È in questa divisione che tutto il senso del cuco, creando magari quell’aggregazione che è mancata, raccogliendo persone che hanno e il mio stesso interesse. E difatti mentre scrivevo questi pezzi pensavo a chi li sentiti in concerto». In questo senso il manifesto è brillantezzapezzo spudoratamente positivo sulla voglia di buttare via le nostre facce tristi e cercare di stare bene.

A pensare bene, non solo l’album, ma anche la storia artistica di VV somiglia a un videogioco: ogni fase, una vita che supera e un mondo che esplora. io dopo la falsa partenza con la doppia esperienza a La voce – Del resto quanto restituirò se prima muoio supererò il livello 1? – È stato vicino ad essere in una serie di brani autoprodotti e numerati in modalità progressiva (l’ultima è La distanza_07) registrati al salotto di casa: è il livello 2, il bedroom pop, col mondo che entra dalla finestra e finisce nei file audio. Frode la gioiapezzo sulla ricerca di equilibrio nella sua vita caratterizzata dalla magnifica indeterminatezza della frase-chiave “Mi sento come una città in una foresta, verde”, VV è arrivata a livello 3, climax nell’EP Versetto. prega truffa Pensavo che i sogni si sentissero è al quarto livello, roba per giocatori più che abili. «Non voglio accontentarmi, mi piace l’idea di non essere prevedibile».

Io non sono. È vero che l’anno scorso VV ha pubblicato pezzi funkeggianti come paranoia Con Memento, ma lo stacco col passato è talmente radicale da far Pensé che abbia ideato il disco in reazione al personaggio struggente di certe sue canzoni. «Avevo bisogno di usare l’energia del sonno e della musica per trasmettere un senso di portata di come stare bene, di come essere felici. In sottofondo la mia musica è sempre stata votata a questo. Se vuoi, c’è la poesia della leggerezza, c’è la voglia di uso i suoni per colorare la vita quotidiana e ara ricerca del senso dell’esistenza. E magari essere utile a chi mi ascolta».

Se scopri infine che la felicità ha un sogno beatlesiano. Nel senso che l’album si chiude con un pezzo chiamato Felicità in cui, come faceva Lucio Dalla anni fa, se canta il carattere precario e sfuggente della felicità, questo è il tema di tanta musica di VV. «È la canzone che mi ha impegnata di più nella scrittura. Ho letto la prima parte che ha quasi la forma di un temporale, non so come andare avanti. Metterci un’apertura classica con un ritornello sarebbe stato riduttivo».

Alla fine s’è ispirato un giorno nella Vita dei Beatles e la canzone è stata colpita da una direzione folle e poetica, realizzando una sinfonia digitale miniaturizzata con un finale meravigliosamente arioso. Ti lascia la voglia di averne ancora, mi sento ancorato, ti congeda con pensieri che magari neanche all’ultimo livello di Pensavo che i sogni si sentissero Se rischi ad afferrare questa benedetta felicità, ma se non altro il viaggio per arrivarci è uno spasso.

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