Recensione: Dewaere – Che cos’è comunque la musica pop?

Che cos’è comunque la musica pop?”, bellissimo masterizzato da usare come titolo di un album. Ambizioso, senza dubbio, non so se c’è una risposta osa, eppure i dewaere Pianto per vederlo presto in tasca.

Sbucati fuori dalla cittadina bretone di Saint-Brieuc (dopo che sono nato dell’attore Patrick Dewaere, da cui prendono il nome), Marco Aumont me Enrico Enrico assieme cugino batterista Hugues Le Corre contro un australiano, Maxwell James Farrington e ha deciso di non fare un album di debutto per il fulmicotone, estremamente rumoroso, un petardo noise punk che esplode attraverso le mani di chi ascolta. Qualcuno che è ben frequentato da qualcun altro, un segreto, un lume presto per cancellare la violenza punk con qualcun altro, e l’Innesco è il cantante originario di Brisbane che all’eltezza del cuore ha dovuto Santini, quello di Chris Bailey dei Saints e, appena sotto, quello del Nick Cave Birthday Party-era.

Hanno dato “logica degli slotrimani solo vestigia, perché il quartetto (ora completo dal nuovo batterista franco richard) spazza il tavolo e apparecchia per un salto nell’atmosfera. Pop è la parole d’ordine. Non se provo a lasciar andare una boutade, fatta di gran lunga innalzerò un sopracciglio a questo o quel punktone, bensì è la questione che io dewaere vanno ad esplorare, spolpandola fino all’osso e costruendoci sopra unovo corpo, snodato, nervoso, strambo. narcotico.

Sono tanti gli elementi che tondo tangibile lo stupore che esce di gala nell’ascoltare”Che cos’è comunque la musica pop?”. Il primo, il motore tutt’altro che immobile intorno al quale tutto ruota impazzito, è proprio Farringtonché in un mondo fatto di frontmen/cantanti quasi tutti indistinguibili (uno su tutti Grian Chatte dei sopravvalutati Fontaines DC), si fabrica un marchio suo tutto fatto di voci impostate e regali che in un secondo sfibrano in falsetti deraglianti, schizzi di grida e scivolate sul tempo, quasi fosse un acrobata, intenzionato a rendere i propri testi ancor più fuori di testa di quanto non siano letteralmente sulla carta.

Resta l’urgenza del debutto, ma è cresciuto al punto da colpire un circo strepitoso. Il disco si apre sulle fucilate ritmiche di Richard
me Aumontche null’altro sono il preludio al pre-ritornello ampolloso di Il mio Shangri-Laaaa, si scomodare gli U2 e si impiglia tra le nuvole e poi si lascia ad ululati e cartelle punk. Lo scenario ci incontrava poco da cambiare e la fa cugina con la ballata gravida di liquore e di abbandono Voilà ora sei vecchioavvolta in suoni carezzevoli, sornioni ambientati in un noturno caveiano, e poi con satelliteche è quasi da non crederci tanto riporti alle sonorità elettro-sballate di Happy Mondays e Bran Van 3000. A far molto più male sono le badilate garage che si abbattono su tintinnio e grappolo me desiderio ardentela chitarra sversa e roboante di la bella, Taiwan, Irlanda e Giappone che si fa latrice di rumore e pazzia disarmanti e il punk rock in sospensione di Ripetizione. Il tutto irrorato di melodie come se piovesse, ma d’altronde Farrington Lo dice chiaramente: “Ma una melodia oggi può salvarci dalla tua lode”.

Mi sembra chiaro che un album come questo non possa essere ignoranto. C’è spazio per i dewaere in un mondo di originali troppi richiami e nulla di. Pappagallo stanno in questa seconda categoria, sia ben chiaro.

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