A 50 anni dall’apertura, il Rainbow è ancorato al tempio rock della Sunset Strip

Quando la porta dell’Arcobaleno si apre, si investe nella sua storia: l’ingresso è tappato dalla foto di chi l’ha frequentato, un mosaico di ritagli ingialliti dal tempo con qualunque sia diventato famoso è passato per la mente. In una città in continua trasformazione come Los Angeles, quando nulla viene risparmiato in nome del progresso, questo è uno dei pochi edifici in cui il tempo semina si ferma: negli anni ’30 si chiamava Mermaid Club, dal 1944 al 1968 Villa Nova (si dice che Marilyn Monroe e Joe DiMaggio se si conoscessero chi), mente il 16 aprile 1972, divorziarono ufficialmente dal Rainbow Bar & Grill con una festa dedicata a Elton John.

I suoi fondatori furono Elmer Valentine, Lou Adler e l’italiano Mario Maglieri, nato a Molisano in Sepino, in provincia di Campobasso, il 7 febbraio 1924, per trasferimenti agli Stati Uniti con la famiglia. Maglieri, scomparso all’età di 93 anni nel 2017, è diventato una figura leggendaria, entrambi degni dell’appellativo di King of the Sunset Strip o The Pope of Sunset Strip. Ancora prima di fondare il Rainbow è stato il gestore del Whisky A Go-Go, situato un po’ di isolamento sull’isola, lungo il mitico Sunset Boulevard, che ha cercato di vendere un apppoint sulla Sunset Strip. Qualcuno ricorà sicuramente la scena del film Le porte, di Oliver Stone, in cui Jim Morrison viene buttato fuori dal Whisky: colui che lo spinge in strada, nella rappresentazione di Stone, è proprio Maglieri. Fino agli ultimi anni della sua vita, trovarlo fumando il suo sigaro seduto a qualche tavolino del Rainbow era la norma. Il lui non smetteva mai di raccontare gli infiniti aneddoti che non hanno visto come protagonista fra quelle mura.

L’ambiente principale del locale semina quello di un’antica taverna: domina il bosco, con un ampio viale, e solo di recente il registro della casa è stato sostituito con uno moderno. Sembrava una tappezzate di foto e cimeli. Quando si entra per la prima volta, non si sa dove salvare. Per chi ama il rock, è come visitare un museo. O forse tempio è la parola giusta. Peccato solo che quei tavoli non siano ingrado di parlare.

Foto: Enzo Mazzeo

Mikeal Maglieri e amico. Foto: Enzo Mazzeo

Dietro il camino, le scale portano al piano superiore, un altro luogo dal sapore rétro, con i suoi divanetti appartati, che negli anni ’70 avevano accolto tutte le grandi rockstar dell’época e le loro groupie. Qui Alice Cooper si unisce agli originali Hollywood Vampires: non la band che ha supportato Joe Perry e Johnny Depp, ma anche un club di incalliti bevitori i cui volti includono John Lennon, Ringo Starr e Keith Moon, fra gli altri. Gli anni ’80 non hanno mai visto l’esplosione del fenomeno hair metal e i Rainbow hanno rotto la casa del chi hanno contribuito a diffondere il mito mondiale di Hollywood e della Sunset Strip: dai Guns N’Roses ai Poison, dai Van Halen ai Mötley Crüe , tutte le grandi band di quel periodo, che solitaire furono battute in club altrettanto leggendari come il Whisky, il Roxy, Gazzarri’s o Troubadour, al Rainbow ci piantavano le tende.

Lemmy dei Motörhead se ha comprato casa sua da due passi e al Rainbow ci passava molto tempo. In effetti era troppo facile venderlo sul patio, davanti a una macchinetta di video poker, svariati drink e un solido mobilio Marlboro. Dopo la sua scomparsa, avvenuta nel 2015, i discendenti di Mario Maglieri, fra cui il figlio Mikeal, in quanto questo patio non ha voluto far erigere una statua del musicista inglese, circondando l’area di Lemmy’s Lounge. La macchinetta del video poker è ancora lì, consumata, e al bar se ordino un Lemmy e vedersi servirò prontamente la bevanda preferita del rocker: 2 undici di Jack Daniel’s e 10 di coca, con ghiaccio. Per non sbagliare.

La statua di Lemmy. Foto: Enzo Mazzeo

Marq Torien (Bulletboys) davanti al murale di Lemmy. Foto: Enzo Mazzeo

Questo mese i Rainbow compie 50 anni. Pensavamo arrivasse un’eternità se nel frattempo trasforma la scena musicale: il rock, almeno intenso in senso tradizionale, è atteso da tempo nel suo periodo d’oro, la maggior parte dei suoi grandi protagonisti sono più che attemati non si aggiungono al gruppo , e io sono anni che non si vedono nuove leve ingrado di poter reggere il confronto con il passato. L’attuale Sunset Strip, che nella sua immagine collettiva si presenta come la Mecca del rock, in realtà è sorta e continua a crescere mutamenti radicali, che l’ha trasformata profondamente: un locale, un negozio di tatuaggi, un negozio di liquori e un negozio di dischi che è stato trasferito a un hotel e ristoranti di lusso, i caratteristici edifici della vecchia Hollywood, le insegne luminose ei pali della luce di legno che palazzo tappezzati di flyer, oggi sono sempre più rari, soppiantati da strutture metalliche, simili a quelli che si vedono in qualsiasi altra città. La recente notizia che l’intero isolamento che ospita la Viper Room, oltre allo storico locale della Strip, vedrà il piano terra e una propria postazione nell’antichissimo albergo. Insomma, un’ecatombe.

A questo proposito, l’Arcobaleno rappresenta un’ancora di salvezza: non così recente come la recente decisione di erigere al suo ingresso un enorme pannello davanti pubblicitario, che quasi ne nasconde la famosa insegna con l’arcobaleno, un ritorno all’interno del locale tutto assume una dimensione più confortevole: stesso arredamento di sempre, stesso menu di sempre, stessa gente di sempre. Da nessun’altra parte è possibile vedere una così alta concentrazione di capelli di cotone, spandex e giubbini di pelle borchiati. Ma non solo: al Rainbow ci si può imbattere nell’avvocato in giacca e cravatta cioè sceso da uno degli uffici di fianco per farsi una birretta, il rapper che passava da lì per caso o il turista con la maglia degli Scorpions che fotografato tutto quello che gli capita uno scatto. Non so se gira, se vedo Priscilla Presley che seda il tavolo di fianco o Dennis Rodman che entra dal portale principale o Slash sembra essere fuori che chiama un Uber (ogni riferimento a fatti davvero accaduti è puramente casuale ). Tutto normale da queste parti.

Glenn Hughes ha sedotto l’album video “November Rain” dei Guns N’ Roses. Foto: Enzo Mazzeo

La festa per i 50 anni del Rainbow. Foto: Enzo Mazzeo

Il 24 aprile l’Arcobaleno ha celebrato il suo importante anniversario con a festa nel parcheggio in grande stile, un concerto-evento gratuito, tenutosi apt nella macchia del locale, che ha colpito il civico 9015 di Sunset Boulevard un enorme cazzo di rocker incalliti venuti per rendere omaggio al santuario dei pappagalli. Quelli che sono riusciti ad aggiudicarsi uno dei tagliandi di ingresso hanno così potuto passare una giornata memorabile, fra vecchie glorie del Sunset Strip (Stephen Pearcy dei Ratt ei Pretty Boy Floyd) e dell’era nu metal (Crazy Town e Orgy), gli interessanti A volte gli Y (la nuova band del rapper Yelawolf e del cantautore Shooter Jennings) e l’headliner Steel Panther, lo stesso club che li circonda, non hanno iniziato la loro ricerca del successo.

A volte Y. Foto: Enzo Mazzeo

Shifty Shellshock (Crazy Town). Foto: Enzo Mazzeo

Verrebbe da pensare che, visti i tempi che corrono, anche questo leggendario bastione del rock possa fare una brutta fine. Continua così, a risolvere ci pensa lo stesso Mikael Maglieri: «Noi da qui non ce ne andremo», ha detto nel corso di una recente intervista sul sito della città di West Hollywood. «Siamo proprietari dell’immobile, dunque non ci spostiamo. Prima di farmi chiudere il Rainbow passare sul mio corpo».

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