L’arte cristiana, crema da quella tomba vuota

“Le donne al sepolcro”, mosaico, VI secolo. Ravenna, basilica di Sant’Apollinare Nuovo – archivio

Anticipiamo una sintesi dell’intervento introduttivo del gesuita Jean-Paul Hernández al convegno “Quale arte sacra oggi?”, in programma domani e venerdì presso l’Aula Magna della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. Promosso dalla Scuola di Alta Formazione di Arte e Teologia di Napoli, di cui Hernández è direttore, in collaborazione con la Fondazione Culturale San Fedele di Milano e con il patrocinio della Fondazione Posillipo, il convegno è diretto dal Direttore Scientifico Giorgio Agnisola e Andrea Dall’ Asta e vede gli interventi tra gli altri di Giuliana Albano, Claudia Manenti, Secondo Bongiovanni SJ, Giorgio Bonaccorso Osb, Roberto Diodato, Bert Daelemans SJ, gli artisti Nicola de Maria, Ettore Frani, Giovanni Frangi, Bruna Esposito.

L’arte sacra cristiana inizia il mattino di Pasqua con la fede della stessa. Perché il primo “monumento” dell’arte sacra cristiana è la tomba vuota. Se Le Corbusier ha detto che “l’architettura inizia quando una pietra viene posta sull’altra”, non si può dire che l’architettura cristiana inizia quando una pietra viene rotta in modo incoerente. Nel capitolo 20 del Vangelo di Giovanni Maria di Magdala «Ho visto che la pietra era stata tolta dal sepolcro» e senza altra verifica dice: «hanno tolto il Signore dal sepolcro» (Gv 20,2). Quasi ciò che Maria intuisse ciò che è avvenuto a Cristo custode che è avvenuto alla pietra. Ecco l’essenza dell’arte sacra cristiana: pietre che fanno intuire ciò che è successo a Cristo, e che spingono alla Sua ricerca. Nell’originale di Gv 20, il verbo usato nella frase è lo stesso ( aria, cioè “levare”) ed è evidente il parallelismo sintattico. Con questa retorica gioco l’autore affida alla materialità della pietra l’attimo sorgivo dell’esperienza christiana. Inoltre in ebraico “pietra” e “figlio” sono due parole che si pronunciano quasi allo stesso modo e che nella Bibbia spesso si richiamano a vicenda. La “pietra tolta” è dunque “il figlio tolto”. “Figlio” in senso affettivo e protettivo con cui usiamo anche in italiano questa parola per un uomo che ci è caro. Per la Maddalena è l’“amato tolto”, che solo lascia a vuoto, a porta aperta. Questo parallelismo di Gv 20 è così impressionante nel testo greco, e il passaggio da “pietra levata” e “Cristo levato” è così illogico e sorprendente che più di un amanuense ne è stato turbato già nei primissimi secoli della manocritta tradizione. Troviamo in effetti in un autorevolissimo manocritto come il Sinaiticus (IV secolo) l’aggiunta «dalla porta». C’era evidentemente bisogno di sciogliere l’ambiguità e di chiarire che la “pietra levata” fosse stata levata non “dal sepolcro” (come invece Cristo), ma essere “dalla porta del sepolcro”, per garantire la differenza. Ma il testo più originale sembra quello che lascia la squisita ambiguità di una pietra “risorta”. Diversi esegeti ci spiegano che il Sitz im Leben Questa narrazione dell’antica tomba era l’usanza nata nel primo anno della primitiva comunità cristiana di Gerusalemme di tornare al mattino presto presso la tomba di Cristo. Essa fu probabilmente fatta visiterà vuota e in tal caso se liturgicamente ascoltava l’annuncio della Risurrezione, proclamazione di un celebrante, diventato “l’angelo” nei nostri racconti evangelici. L’arte sacra cristiana nasce dal kerygma di Pasqua, anzi come parte integrante del kerygma di Pasqua. La complementarietà biblica fra “segno” e “parola” giunge a un parossismo: la tomba vuota non “demostra” la risurrezione, ma la “mostra”, permettendo alla parola di “riecheggiare” in essa. In greco: kat-echein (da cui “catechesi”). Il monumento della tomba vuota è il “catechesi” della prima comunità cristiana affinché la Nuda Parola del kerygma possa diventare visibile e toccabile. Ma cosa se devi vedere e cosa se devi giocare in questa prima arte sacra cristiana? Non è il caso della parola greca con cui quasi tutti i racconti della Risurrezione designano il sepolcro di Cristo è mnemeion che significa anche “monumento”. È un vocabolo molto vicino alla fine del “memoriale”, perché la root è il verbo minnesco (ricordare). In effetti dagli albori dell’umanizzazione un sepolcro permesso di “ricordare” il defunto. In ogni caso dire “mantienilo vivo nella memoria”. Ogni sepolcro è una “relaborazione del lutto” che si avvicina ad “addomesticare” un’assenza. Il valore del “memoriale” nella cultura ebraica è molto pregnante. Dirò a Maria di Magdala se va “al monumento” di Cristo e le dirò se trasporta “attraverso la memoria” all’incontro stesso con Cristo. Ed è in effetti ciò che la narrazione evangelica ci presenta subito dopo. Lei incontrerà “veramente” Gesù perché se è recata al Suo “memoriale”. Il passaggio è chiaro: “fare memoria” di Gesù diventa “incontrare Gesù”. A Gesù poi inaccessibile (“ Noli me tangere”) fisicamente e abbastanza viva per capovolgere il cuore della Maddalena e mandarla ad annunciare il Vangelo ai fratelli. Se noti che questo incontro “fisico” con i Viventi è possibile perché il “monumento” è nuovo. La credente della prima comunità cristiana di Gerusalemme potrebbe nella sua vita regalare una vera esperienza di incontro con i Viventi, perché il “memoriale” che porta questo incontro è vuoto. Il primo monumento dell’arte cristiana è un originalissimo “memoriale”. Non è una piatta rielaborazione del lutto che rappresenta il defunto nei tratti magari più belli e toccanti perché “ci piace ricordarlo così”. Ma è un vuoto por un incontro. È uno spazio che permette una circolazione fra la Parola ascoltata ei segni osservati. Segni che permettono di arrivare alla fede quando illuminati dalla Scrittura. “E vide e credette” se dice nel quarto Vangelo del discepolo amato al sepolcro (Gv 20,8). Ma subito dopo leggiamo: «Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura» (Gv 20,9). in una sorta di isterone proterone L’autore dice che solo l’ascolto della Scrittura, cioè la Parola, permette ai “segni” di portare alla fede. L’arte sacra cristiana è dove uno spazio dove i segni di morte diventano luogo d’encontro col Vivente. In questo senso possiamo dire che l’arte sacra cristiana è nella sua origine un’arte “incompleta”. Un’arte fatta per essere completata dalla Parola, dalla proclamazione dell’annuncio di Pasqua. Quando l’arte sacra cristiana diventa “completa” è semplicemente ricca di morte, nel vile tentativo umano di rivitalizzarla. Quando l’arte sacra cristiana è incompleta, fa parte di un proclama completo, dove i segni della morte diventano proclamazione della Vita. Nei testi del Nuovo Testamento, questo primo monumento di arte cristiana è strettamente legato al primo monumento di arte biblica tout court, cioè il santuario interiore del Tempio di Gerusalemme. Anch’esso presenta fondamentalmente, al di sopra dell’arca dell’alleanza, “un vuoto fra due angeli”. I due angeli che ritroviamo nel Nuovo Testamento danno una parte e l’altra del sepolcro. Questo vuoto è paradossalmente un luogo rivalità, Colomba se vivi una trasfigurazione dello sguardo. L’assenza diventa la promessa per eccellenza di una inimmaginabile presenza e questa promessa è il rapporto che mi permette di tenere gli occhi sulla terra come il “segno” dei Viventi. L’arte diventa “arte sacra cristiana” quando permette questa trasfigurazione. L’arte sacra cristiana è sullo sfondo “una cornice del mondo” o “una cornice che parla”, come quella dovuta anche agli angeli nel giorno dell’Ascensione contro agli apostoli di «non-guarde in cielo» (At 1, 11), e dunque (sottinteso) di semplicemente custodire la terra, per vedere in essa tornare il Cristo. La diventa terra allora santuario interiore e tomba vuota. Cioè “vuoto per un incontro”. Per la prima volta non manipolato. Cioè per la prima volta con colui che solo è Signore.

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