la community di Viale Gramsci racconta nella foto di Marcello Coslovi

Un progetto che nasce da un’urgenza, data la necessità di indagarne la situazione, la sua realtà a Modena ha lasciato in eredità una fama di violenza e prostituzione. Un luogo sospeso, isolato, stigmatizzato. Un luogo che negli Stati Uniti chiamerebbero il lato sbagliato dei binari, letteralmente “il lato sbagliato della ferrovia”, per indicare il quartiere povero di una città, spesso abitato da “gli invisibili”, membro della comunità di origine prevalentemente straniera. anno 2020 Marcelo Koslov – giovane fotografo modenese – ha deciso di abbandonare la ferrovia e scavalcare quel muro invisibile che circonda Viale Gramsci e che separa i suoi residenti dal resto della città. Un paragonabile ad una sala perennial d’attesa di cui voleva conoscere la storie, le geografie e le quotidianità dei suoi abitanti. Atraverso le sue sue – scattate ed elaborate in collaborazione con i residenti del luogo – Marcello ci indirizza lo sguardo ver una realtà trascurata di Modena con l’intento di stimolare le fotografie a interrogazione.

Questo è “Il lato sbagliato dei binari”un progetto in fase di sviluppo ideato da Marcello Coslovi durante il corso di studi in stampa presso Studio Labò, nella categoria “Miglior Portfolio assoluto“A European Photography 2021, finalista dei premi internazionali ed è attualmente pubblicato da European Photography 2022 Press e Chiostri di San Domenico a Reggio Emilia.

“Sono partito da espressione questa, La parte sbagliata dei binari, per genererò una riflessione sulla mia città, Modena, dove la ferrovia como una sorta di confine segna le due parti della città. Mi sono poi concentrato su Viale Gramsci dove abitano molte persone all’estero, in particolare ghanesi.Dà un punto di vista concettuale my son avvicinato alla comunità per un discorso di giustizia sociale; essendo laureato in giurisprudenza mi sono sempre interessato a domande di questo genere, ho viaggiato molto, also negli Stati Uniti meridionali ripercorrendo le tappe Punto principale della vita di Martin Luther King, pur dando un punto di vista fotografico, il mio riferimento principale è ‘Imperial Courts’ di Dana Lixenberg, fotografa olandese che lavora da 20 anni nel suo quartiere afroamericano di gli Stati Uniti. contatto, in empatia con la comunità, capire da loro quello che provare e fare un fruttuoso lavoro di collaborazione e intimità”

Grazie al fortunato incontro con un residente della città, di professione avvocata e ben inserito all’interno della comunità ghanese, Marcello si addentra in un quartiere che scoprirà essere gobernato da precision ed impermeabili geografie. Know ragazzi, uomini e donne residenti nella zona e si contra con le esperienze ei sentimenti che questi gli raccontano, delle difficoltà, degli stereotipi, della lotta per uscire da un continuo condition di disagio ed isolamento sociale. Frequenti l’African Market, una delle chiese del quartiere, il campo da basket e un piccolo appartamento che ospita un numero di inquilini nettamente superiore alla media. E’lì ogni giorno, a volte di mattina, di pomeriggio o di sera. Per due anni instaura e consolida rapporti di amicizia: per tornare va con l’intento della fotografia, assorbendo idee e proposte dei ragazzi stessi, mentre altri semplicemente cambiano due chiacchiere e fissano insieme.

Non documenterò la vita di questi ragazzi, della comunità. Attraverso le sue Marcello la fotografia veicolare determinate immagini, evocherò metafore per rappresentare la condizione di questa persona, condizione che fa parte di una comunità specifica che è capace di qualsiasi confine universale poichè.

“Quello è un ritratto non canonico. L’intenzione è che creerò un immaginario diversificato sul suo tema e che richiederà uno degli sforzi maggiori dello spettatore: non deve essere confrontato se il suo chi è la persona, la sua venuta sia vestito, ecc. Mi concentrerò L’attenzione al simbolo è che questo dietro. In questa foto, ad esempio, se si percepisce la tensione del ragazzo in prossimità del rimuovere gli occhiali appannati. C’è la spinta di adizione di difficoltà, di impossibilità di vedere qualcosa Davanti e, a livello metaforico, di vedere un futuro. Eppure c’è da parte sua il tentativo di are questa condizione”

Senza titolo “Il lato sbagliato delle tracce” #03-2

“Anche in questa foto c’è l’idea di chiunque stia cercando di utilizzare la condizione presentata da qualcuno che è prossimo all’apertura. Lui è in una posizione molto comoda, con tensione, il tentativo di utilizzare la condizione in cui si trova trova

Senza titolo

“Questa è una descrizione dell’ambiente che creerà una risposta. Presenterò in una foto una massa all’interno di una pozzanghera nel parco XXII Aprile. Una vita metaforica presenterà l’isola in cui questa comunità è segregata”

Isolamento, precarietà e sospensione. Queste le parole frutto di una riflessione da part de la modenese photographer maturata in due anni di division, amicizia e confronto con alcuni residenti di Viale Gramsci.

“Precarietà perchè si ha l’impressione che vivano in constant e daily precarietà, sempre in attesa di ricevere i documenti. E in questa attesa sono como suspesi, non hanno marginale di far qualcosa a Modena, di integrasi. Isolamento per via dell’impermeabilità Tra i gruppi che abitano il quartiere. Molti di loro fanno fatica ad avere semplicemente un cambio di comunicazione verbale con la persona del luogo. L’africano è spesso visto come uno stereotipo e questo aumenta la distanza tra questa persona e gli altri. Il semplice fatto di essere in Viale Gramsci ed essere nero – mi ha riferito un ragazzo del quartiere – viene subito associato al fatto di essere spacciatore. Non vedi la persona, non vedi com’è. C’è quel muro invisibile che divide la varietà comunitaria. Sospensione, infine, because there is a zone to pochi passi dalla stazione, simili ad una sala d’attesa, como se questi ragazzi erano in attesa di partere per unovo viaggio verso la sognata Inghilterra. saggio, per un periodo che potrebbe rivelarsi molto lungo, in attesa di avere possibilità”.

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“Quella foto mostra un giocattolo coltellino e significa metaforicamente che voglio lottare ma che i loro mezzi non sono idonei. L’ho vista per un discorso legato allo spacciatore e alla violenza… che è violenza finta”.

Marcello, qual è l’intento della tua fotografia?

“Second James Baldwin l’artista non può osare nulla per scontato, deve arrivare al cuore delle risposte per esplicitare quelle que sono commande que si celano dietro queste risposte. , Indagherò per risolvere la domanda. Confrontandomi con gli altri ma anche with me stesso poichè tutti siamo cresciuti con determinati pregiudizi. E’ una questione importante. Come mi ispiro anche a Yasujiro Ozu, un registro giapponese del ‘900 che privilegiò la forma del sussurro sulla griglia, preferendo l’implicito a l’esplicito. La mia fotografia non ha lo scopo di descrivermi, alluderò a chiunque ti toccherà dolcemente, e non una griglia la cucerà. Non-drammatizzare ma far riflettere e penserò. Per me la fotografia è un ponte per fare parte o entrerò in contatto con gruppi o comunità che non sono fattuali, un mezzo per superare il muro invisibile che separa”.

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(Nella foto Marcello Coslovi, fotografo modenese)

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