Come vogliamo che diventi Avellino?

Alzi la mano chi ricorda l’ultimo evento di qualità messo in piedi ad Avellino. E no, non pensare all’ultima cosa dovuta ad anni suspesi, di chiusure e opening, in cui accontentarsi di quello che c’era è sembrato l’unico modo per ricominciare a pochino a vivere, ad un ritmo estremamente lento per noi che volevamo riprenderci il tempo ad un’incredibile velocità.

Ragionateci adesso. Il suo ultimo festival, l’ultimo concerto, l’ultimo palco, l’ultima iniziativa artistica e culturale e il suo successo in città. Soffermatevi adesso che si parla già di post-pandemia, ora che abbiamo convissuto con il Covid, ora che la pace si sta diradandosi per lasciare spazio ai mille fantastici soli di un’estate quasi normale.

Chi vi scrive passa in rassegna diversi comunicati e, di solito, la bella stagione si annuncia con un’esplosione di cose da fare, luoghi da visitare, musica da ascoltare, artisti da ammirare. Insomma è tutto un ciondolare tra nuove esperienze e vecchie beauty, che ci sono così tanto mancate mentre non c’erano. O meglio, a non esserci noi.

Ad ogni modo, dopo una mail e viceversa, a generare entusiasmo – e questa piccola riflessione – è lo status del programma del DisturboIl festival della cultura indipendente che festeggia in riva la sua decima edizione, con quattro giorni interamente dedicati alla musica e alla scena alternativa, immersi nella suggestiva cornice cilentana, quest’anno por la prima volta a Paestum, dal 2 al 5 giugno.

A che punto ho visto starete chiedendo, perché proprio il Disordine? Il motivo viene presto svelato: nel programma che prende il nome, forza tigre me vai dugongo che solo a leggerli ci hanno portati indietro di circa sette anni, alle passate edizioni del Altro Festivalquando è stato invitato al festival curato da Koinè Art Lab: una rassegna tra le più longeve ad Avellino, caleidoscopica e appassionata.

Ma non è il festival in sé ad aver aperto ilco per queste valutazioni, only keep the Disorder è sgorgata quell’amarezza che può portare banalmente per dire: attrezzatura tutto, non abbiamo più niente. Un rammarico che vale anche per un’altra idea di città in cui si poteva ancora sperare, per le occasioni sprecate, le possibilità negare. Si è scavato nella ricca memoria che il momento culturale non era l’eccezione, era la regola nella nostra città: il Altro Festival, flusi – festival internazionale di musica elettronica e arte digitale – la manifestazione elementali e dolore umore irpino, tutti eventi profondamente radicati in questa città, che hanno cercato di sprovincializzarla e, ammettiamolo puro, di salvarla nonostante tutto. Dove per tutto si intende, burocrazia, cambio di programma all’ultimo minuto, risposte mai arrivate e soldi che mancano, ieri come oggi.

indovinare? Sono rimasto in tutti i problemi, sono spariti i festival e le rassegne. Non sono bastati gli uomini e le donne di buona volontà, la giovinezza, i volontari, l’autofinanziamento, l’impegno lunghissimo e profundo, la voglia di condividere e partecipare, perché questa città è sfinente, sfiancate e moore lentamente tra un concertone di Ferragosto e una casetta di legno, dietro una bestia e una via panoramica, dietro il nulla e l’addio.

Non si poteva chiedere un ulteriore sforzo, allora. Possibile compierlo oggi? Difficile, arriva una battaglia. Come pretendere di produrre, distribuire e fruire culture, una cultura pubblica. E probabilmente non vale la pena spendere più energie e capacità organizzative, entrambe ormai ci siamo abituati così. Tutto il nostro spirito di adattamento diretto a favore della sopravvivenza.

Certamente sono stati lo stesso bei momenti. Mamma un festival è un’altra storia, con la città entro e quella dei fuori che si fanno intrecciano, con un obiettivo comune. Avellino non fu solo sede di tutte queste manifestazioni, fu soggetto attivo, coincise con il suo festival: forme diversity di rappresentazione di una stessa città, che trova così la sua identità e la mutava.

Penserò a come eravamo, questo ma potremmo farlo. Crogiolarci nella strana malinconia di questo maggio. Un’altra estate passerà walking alla ricerca di nuove esperienze e vecchia bellezza lontano da qui, consapevoli però che al ritorno nulla sarà cambiato, perché il tempo delle favole per noi si esaurito. L’arte, la cultura, la vita, non se costano poco e non se sostituiscono. Perciò alla fine farci una domanda: come vogliamo che diventi Avellino?

In Copertina: foto del Mas Fest, 2014

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