«Cultura e arte: a Carrara è mancata programmazione, continuità e dialogo»

CARRARA – La crisi dei giornali cartacei è ormai un fatto degno di nota alle cronache stesse ma c’è qualcuno che riuscito, partendo da un progetto online, adrrivare a pubblicare una rivista cartacea. Attraverso i manufatti di questa comunicazione miracolosa, le dimostrazioni online e la corrispondenza sono destinate a una sinergica convivenza, con Federico Giannini, fondatore insieme Ilaria Baratta, di Finestre sull’Arte. «Nel 2009 abbiamo partecipato con il progetto informativo digitale, nato nel 2017 con una prova dell’approfondimento e sugli apppuntamenti dedicati all’arte e alla cultura, mentre nel 2019 è arrivato anche con la lettera con un prodotto trimestrale di content diversity, di raccolta, dove Pubblichiamo articoli senza scadenza, che anche a distanza da anni possono essere letti conservando la stessa capacità attrattiva » spiega probabilmente il giornalista d’arte apuano Federico Giannini, autore, dopo l’altro, di alcuni documentari sul suo canale televisivo.

«Finestre sull’Arte è un prodotto nazionale — Giannini racconta di aver accettato di fare una chiacchierata con La Voce Apuana per parlare di arte e cultura a Carrara — , ragion per cui tendo a spostarmi molto in tutta Italia (per esempio sono appena tornato da Venezia), ma mi sento molto legato alla mia città. Ho molto Carrara».

Cos’è mancato il profilo artistico e culturale, se è successo qualcosa, a Carrara questi cinque anni?

«Sono mancate tre cose secondo me: la prima è la programmazione. Mantiene una linea netta: anche lui è stato di interesse, ma non vede una strategia ben definita. Tra gli esmpi in positivo cito il suo Cybei, mentre tra quelli in negativo mostra la sua Marmifera al Carmi, del tutto disallineata rispetto all’anima del museo che l’ha accolta, e la mostra virtuale la sua Canova al Carmi, una baracconata. E’ raggiunto poi un dialogo tra i vari soggetti istituzionali. Anzi: auspicherei tavolo in cui si riuniscano i vari soggetti, pubblici privati, che a vario titolo Arti permanenti si e di arte privati, dall’Accademia di Belle Fondazione Conti, dalla Fondazionemo a Vôtre, alla Fondazione CRC. Il terzo elemento è la scarsa continuità nell’azione dell’amministrazione».

Secondo lei aggiungere musei come si pensa di fare con il restaurado di Palazzo Pisani, può aiutare l’offerta culturale della città a crescere?

«A Carrara apriamo tre musei civici: i Carmi, il Museo del Mare e il Museo d’Arte Contemporanea, anche se è un’ancora e non è chiaro quando apre. Questi musei nel 2019 hanno registrato circa 16mila visitatori: una media di 5mila musei, sono numerosi per una città come Carrara. Per prima cosa penserò all’apertura di nuovi musei per lavorare su quello che ho. Passando ad esaminare e tre musei: il Carmi è una raccolta di oggetti che tuttavia dopo tre anni non ha ancorato un’identità e una missione chiare, ha ospitato mostre che non riguardano Michelangelo, è un museo usato per lo più como contenitore. Il Museo del Marmo è un po’ apprezzato, e anche per il Museo di Arte Contemporanea ha un buon potenziale (non so se non il progetto del nuovo museo, anche se il suo aspetto preferito sospenderà il giudizio). Non così quanto possa essere utile aprire un nuovo museo in cui rispondo. Il progetto del museo a Palazzo Pisani rischia di venire a doppione del Museo del Marmo: credo che sia conveniente per Piuttosto creare un polo espositivoadatto a show de ampia tregua, sull’empio di Palazzo Cucchiari che ogni anno ospita molto interessanti. Inoltre, palazzo Pisani si potrebbe arricchire dedicando un pianoforte a iniziative per la città, pensato per esempio ai laboratori che diversi anni fa furono attivati ​​​​​alla scuola Saffi. Sono tuttavia abbastanza sicuro che non ci serva creerò un museo dove accumulerò “una copiosa quantità di documenti mentre scruto il banco di un rigattiere”, per citare il sindaco. Per le bancarelle dei rigattieri ci sono appositi mercati e mercatini. Carrara necessita di progetti meno raccogliticci e più ponderati».

C’è il rischio che il Museo del Marmo sia spogliato del suo contento?

«Mi sembrava un rischio definitivamente accantonato, ormai non si parla più di spostare il museo, ma di creane unovo. Dunque, il rischio è sempre quello di creare un duplicato: sono rare le città che hanno due musei dedicati in maniera così forte e connotata il territorio. Del resto, il Museo del Marmo fondato nel 1982, all’interno di un edificio peraltropecente: fu costruito tra il 1962 e il 1965 per ospitare la mostra nazionale del marmo: è giusto che il Museo del Marmo si dov’è. Semmai occorre farlo conoscere.

Cosa non penso dello spettacolo “1972. Michelucci, Moore e Michelangelo”?

«La visita dà poco a chi mi limito a chi mi impressiona. Si tratta di un determinato campionario di nicchia, che racconta un episodio poco notato della storia della nostra città, la vicenda del mai fatto memoriale di Michelangelo, ideato da Giovanni Michelucci che prevede anche il coinvolgimento di Henry Moore. È un buon documentario, che immagino si rivolgerebbe a un pubblico locale. Buona la sezione su Michelucci (i disegni, in particolare, da solo meritano una visita), molto più povera quella su Moore. La parte dedicata alla fortuna di Michelangelo al pianoforte superiore è invece del tutto slegata rispetto aciò che il piante pubblico può ammirare nelle prime sezioni al pretesto, ma è un pretesto più che valido per vedere, al di là delle prime acquisizioni por la permanente raccolta del museo, alcune molto interessanti opere, su tutte una straordinaria Carità inedita di Bernardino Mei, anch’essa merita una visita a Carmi».

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