Simona Bencini (Dirotta su Cuba): «Io salto, mangio un grillo con la mia amica Irene Grandi e ho portato un ragazzo superstar»

«Quando riguarderete Cronache di poveri amanti di Carlo Lizzani, tratto dal meraviglioso romanzo di Vasco Pratolini, fate attenzione alla scena dei due amanti che si parlano en riva all’Arno e ponte l’orecchio allo stornello che si sente en lontananza…»

Quando ti interessa Gli Stornelli, Simona Bencini? La sua è una voce funky, la voce dei Dirotta su Cuba…


«Ma quella che si sente da lontano nel film è la voce di mio nonno maternal. Non sapevo di essere morta fino all’età di 35 anni, ecco da dove veniva mia figlia musicista: mia mamma stava bene a 21 anni, cantava nell’orchestra da ballo a Firenze e dintorni, e prima di lei suo padre , que era uno stornellatore in ottava rime e membro dell’orchestrina storica Pippolese di San Frediano col suo mandolino. Quella di Cronache di poveri amanti è l’unica testimonianza che ci rimane di lui: una voce fantastica».

Sono rimasta un grande cuore fiorentino, Simona Bencini. Le manca la sua città?

“Sono felice sul Lago Maggiore, vivo da 12 anni. Ma il cuore rimane in riva all’Arno».

Diceva del Dna musicale che si è tramandato di generazione in generazione: buon sangue non mente.

«E aggiungiamo che mio fratello è a meraviglioso drummer, e now also mio nipote, suo foglio, bello come il sole e bravo da impazzire con la chitarra e il violino, Nicolas, ci dà delle gioie. Ha 18 anni ed è diventato un grande musicista rock. Il Dna dei Bencini continua a viaggiare e punta forte su di lui. Quindi che non sarò mai la mamma di un artista, ma la zia forse sì. Direi che ho seminato bene».

Alle sue figlie la musica non interessa?

«Con Sofia Jasmine ed Eva Luna, che ora hanno 14 e 8 anni, ci ho proveto. Ma non ha attecchito molto. Sofia aveva tre anni quando era in tournée quando ha interpretato Maddalena in Jesus Christ Superstar e vivendo in una casa piena di strumenti ho pensato… Maniente. Ho provato con una qualsiasi lezione di pianoforte, è durata poco. Mi dispiace che non si sia sviluppato una passione. Consoliamoci col fatto che almeno balla la breakdance, mentre Eva si è appassionata all’equitazione. Nel video di Moonlight On My Mind, dal mio ultimo album tutto jazz, fanno le attrici tutte e due le ragazze. E come si vede dal titolo la canzone è dedicata a Eva Luna».

Chi è oggi Simona Bencini?

«A moglie e una mamma che nei ritagli di tempo della vita familiare continua a coltivarne il lato artistico. A 38 anni, con la sua famiglia, ebbe un prigioniero a vedere una carriera da solista alla fine del periodo con i Dirotta su Cuba. Ma senza grandi risultati. Ho lavorato nei musical, è stata un’esperienza nuova. Fortunatamente, sono potuta permettere di scegliere, vagliare anche proposte televisive, e alla fine ho scelto la qualità della vita. Inoltre mio marito, Mario Zappa, è produttore di concerti, lavora per Friends and Partners e segue in particolare Giorgio Panariello. Vedere lui che si occupa della famiglia è un privilegio».

Parliamo della sua svolta jazz.

«Sono uscita dopo un po’ di tempo con un album lo scorso ottobre, frutto di quelle scelte che piacciono a me, non commerciali, non scontate. Era un progetto che mi era stato strappato in mano durante il lockdown, una collaborazione con Fabrizio Bosso e altri grandi jazzisti italiani che era durato tanto tempo. E prega finalmente se è compiuto. Ho letto anche il titolo Unfinished. Inizierò a portarlo a sua volta dal vivo questo stato».

In quell’album, la Simona malinconica e blues, molto diversa da quella che conosciamo.

«Ma l’altra Simona mica è scomparsa! Per quattro edizioni ho partecipato al talent di Canale 5 All Together Now con Michelle Hunziker condotta a J-Axe, un contest in cui ero uno dei cent del “muro” per cui ho votato: che esperienza è stata buttata la parte buffa e solare di me, quel “jumping cricket” dei tempi dei Dirotta su Cuba che da qualche parte doveva pur risaltar fuori».

Eh già, i Dirotta su Cuba, after scioglimenti e reunion, è estata una bella altalena tra lei Rossano Gentili e Stefano De Donato.

«Abbiamo continuato a dormire insieme fino allo scorso agosto, dopo che nel 2011 che eravamo riuniti. E per dieci anni non ci siamo fermati un attimo con tanti concerti, un disco e varie collaborazioni. In sottofondo eravamo tra i pochissimi in Italia a fare del funky ea scrivere musica inedita di quel genere. La nostra piccola ma forte fetta di mercato ce la siamo coccolata a lungo. Poi durante il lungo stop per il Covid ci siamo sciolti e ognuno è tornato a percorrere la sua strada».

La sua quale direzione ha imprigionato, in questi anni di pandemia?

«Durante il lockdown due anni fa mi sono inventata a format, il Music-Nic, che è un pic-nic ma con un concerto, nel giardino di casa mia. A fare da madrina è venuta la mia amica Irene Grandi e cento hanno comprato il biglietto. Say più non si poteva, per via del distanziamento: abbiamo messo le coperte in terra, una per famiglia, 50 coperte di fronte al box e Irene che cantava. Un grande evento. Ma siamo riusciti a fare solo quella serata».

Com’è stata Simona da bambina, scatenata come sul box?

«Al contrario, una bambina molto diligente che vive alle Cure. Andava benissimo a scuola: era elementare alla La Pira in via dei Bruni, era mediato da Donatello, che all’epoca era l’unico ad affrontare il bel tempo. Ero il cugino della classe e ho studiato tanto. Mai stata una ribelle. Anzi, buona calma e senza grilli per il capo. Ma ero ambizioso e mi piaceva tanto ballare, avevo grande attitudine alla danza, un grande senso del ritmo. Sono stata quasi cubista».

E invece ha fatto il cantante.

«Mica subito però. A 19 anni sono fermata con gli studi per fare un ano la commessa: conosco bene l’inglese, il francese e il tedesco e il mio detenuto lavorerà in un’impresa per bambino in piazza Duomo. Ho messo da parte tutti i 5 miloni e mezzo che ho ottenuto per una scuola a Milano su cui poi mi sono rassegnata, y miei non mi potessi I will keep agli studi là. Ho fatto anche la hostess al congresso e l’accompagnatrice turistica, visto che ho studiato all’istituto per il turismo».

«Sono entra in uno studio di registrazione, e la vita è cambiata. Era una ragazza bassa, prudente, non certo il classico rocker che era mattato, ma quando la musica era nella mia vita in modo professionale, ho avuto la prima esperienza di iscrizione e ho conosciuto Giovanni Gasparini che ha avuto credito improvvisamente in me e io è nato per cantare in studio, è partito tutto. Ho firmato il mio primo contratto per incidere sulla musica dance per il mercato giapponese».

Addio alla ragazza studiosa allora…

«No, ho continuato a frequentare Scienze Politiche all’Università di Firenze, anche perché avevo tutti 29 e 30, ma guardo alla musica sempre di più, perdendo di vista l’altra via. In fondo avevo capito di poter fare la cantante professionista: dai 19 ai 25 anni ho fatto di tutto nella nostra Firenze, il quartetto de Le Matte in Trasferta con Irene Grandi, Rossella Luini, poi corista di Baglioni, ed Emi Berti, con cui harmonizzavamo i brani degli altri a 4 voci. Dal 1990 al 1995 sono arrivato con successo come Dirotta, e contemporaneamente ho cantato la cover di Be Bop in via dei Servi con la mia band e ho continuato a cantare allo studio».

Con i Dirotta la sua Cuba è stata un colpo di fulmine…

«Appena li ho sentiti suonare, Rossano e Stefano, ho capito che una cosa così in Italia non esisteva. Ho sentito quella vibrazione particolare che direi “devo essere dentro”. Mangia un presentimento, un’energia di cui cibarsi. Cambia la vita per tutti e tre. Lasciai l’università dopo solo 9 esami ma con i media quasi 30. Non potevo fare altro: piovevano le tournée, c’era la televisione che ti chiamava, le participazioni al Festival di Sanremo, i concerti in tutta Italia. Non ci fermavamo mai un attimo. Ho continuato a pagare la tassa universitaria per un paio d’anni ma poi ho mollato, il corriere è stato definitivamente venduto. E avevo perso di vista l’obiettivo».

Lavorare sulla musica ha contratto anche l’amore.

«Io e Mario ci siamo sposati nel 2014 ma stiamo insieme dal 2001. All’epoca lui lavorava como direttore di produzione in un’agenzia di concerti, Cose di musica, che seguiva anche noi Dirotta. Ci siamo conosciuti grazie ai nostri lavori, grazie alla musica. Il giorno del nostro matrimonio ho cantato tutto il tempo: Rossano e Stefano erano ovviamente invitati e se eravamo ancorati nel pieno dell’attività, era praticamente un concerto dei Dirotta su Cuba più che mio matrimoniale».

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8 maggio 2022 | 17:40

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