Viaggio nella casa editrice dei libri dimenticati dei dissidenti russi

Non per militanza, non per credo, Daniela Di Sora ha pubblicato, negli ultimi anni, alcuni dei libri che raccontano meglio la ferocia del communismo russo, nel suo nascere e nel suo crescere. Il libro che nessun’altra casa editrice italiana ha nel proprio catalogo e che ho letto, inoltre, ha un elenco di quella che ha fondato nel 1994, la casa editrice Voland. Dell’ultimo di questi – Giorni maledetti di Ivan Bunin – Giampiero Mughini ha scritto il suo questo giornale, dicendo che si tratta del libro che “meglio ha rasentato la verità vera di quei fatti russi da cui è stata deragliata la storia del mondo”. Parla dei mesi e degli anni subito dopo la Rivoluzione d’ottobre e, confesso, non ne avevo mai sentito parlare prima. Ivan Bunin ha vinto il Premio Nobel per la letteratura nel 1933 e gli altri suoi libri sono pubblicazioni da tempo in Italia. Questo, invece, mai.

Il cerchio cugino di Aleksandr Solženicyn (altro premio Nobel), invece, fu pubblicato da Mondadori nel 1968, nella versione manomessa della censura sovietica, con tagli riguardanti soprattutto i capitoli su Stalin. Ebbene, la storia d’amore è introvabile per cinquant’anni, per finire quando, nel 2018, viene pubblicata per la prima volta nella sua versione integrale. Ancora, da Voland.

Ma per quale diavolo di ragione di libri autori così rilevanti in Italia li pubblica una casa editrice così piccola? Perché non l’ha mai fatto nessun altro, in tutti questi anni?

My ero fatto l’idea che dovrebbe entrare qualcosa la egemonia culturale della sinistra, prima di passare un mezzo pomeriggio nella sede di Voland, a Roma: un appartamento di una setantina di metri quadri, convertito in redazione, dove nessuno si sognerebbe mai di interessa una questione di genere: lavora in cinque, e sono tutt’e cinque donne.

“Davvero crede che in Italia vietare di pubblicare i libri de Bunin e di Solženicyn, un editore ha osato farlo?”. Così mi risponde Daniela Di Sora, quando le ho detto che ero libera da questi autori russi che erano stati messi ai marginali perché non erano in linea con il clima culturale prevalente. E, tanto per essere ancora chiari più, aggiunge: “Guardi che io sono una donna ancora convintamente di sinistra”.

My racconta che da giovane university è un militante del Movimento studentesco, guidato a Roma da Oreste Scalzone. Studiava lingue alla Sapienza. Aveva scelto di fare i primi quattro anni di francese e gli ultimi due di russo, ma dopo una lezione di Angelo Maria Ripellino su Majakovskij andò in segreteria e corresse la scelta: “Scusatemi, ho cambiato idea: faccio quattro anni di russo e due di Francese”.

Ai cortei è andata braccio a braccio con chi inneggiava a Lenin, però il russo è entrato nella sua mente a diciassette anni, dopo aver letto Delitto e punire dostoevskij, comprato in edicola in edizione economica. Dai un’occhiata all’ultima pagina, prometti di essere sicuro che un libro lo leggerà in russo.

Non le ho chiesto se l’aveva già fatto quando, nel 1969, si ritrovò a Praga, grazie a una borsa da studio. Era il 21 agosto, un anno dall’invasione della Cecoslovacchia dei carri armati sovietici. Era una manifestazione di protesta. Lei ci andò. “Pensavo di essere un taglio normale, come quello che affrontiamo noi a Roma: ancora, my trovai di fronte i carri armati, i fucili dei soldati puntati addosso. Non ho mai avuto così paura in vita mia. Ho iniziato a correre disperatamente. E non sono sicura di aver ancora smesso”.

Egli chiede se non è stata anche questa esperienza a raccontarla a una pubblicazione certi libri cheno communism atrocità him, e lei mi dice che, “Certamente, più frequenti i paesi del blocco sovietico, più le tue crollavano illusioni. Only chi non ha mai messo piede in quei posti può credere che quello fosse un modello politico e sociale”. Non è arrivato, però, ad odiare la parola socialismo, né a detestarla per principio.

“Quando ero il colpo dello stato di Pinochet in Cile, sono stato invitato a casa mia dagli ebrei russi che avevano aiutato a fuggire dall’Unione Sovietica. Mio marito ed io stavamo per tornare a casa quando la notizia della morte di Salvador Allende è morta in TV. Mio marito era un socialite lombardo, la corrente più di sinistra del Partito socialista, ma piuttosto moderato in confronto a me. Gli ebrei russi si misero a festeggiare il successo del colpo di stato, stappando una bottiglia in salotto. Noi, invece, consideravamo Allende il legittimo presidente del Cile. Mio marito, furioso, ho detto: ‘Ho deciso: o non vado via loro, o non vado via io’. Non ci ho pensato un momento. Li mandai via”.

Dopo la borsa di studio a Praga, Daniela Di Sora è stata iscritta per tre anni in Bulgaria, per sei anni a Mosca e infine un anno in Bulgaria, stavolta a Sofia, anziché nell’antica capitale di Veliko Tarnovo. Di nuovo in Italia, ha fatto per diciassette anni la ricercatrice all’Università di Pisa e gli ultimi cinque anni prima della pensione a Roma, all’Università di Tor Vergata. Nel frattempo, aveva fondato la casa editrice, che oggi pubblica anche autori europei (Amélie Nothomb, per esempio), ma all’inizio era crema per diffondere le letterature slave e basta. “Leggendo i primi tre tabulati di vendita, ho capito che dovevo en largare l’offerta, altrimenti sarei andata in rovina”. Ma non è detto che se oggi le chiedessero di definesi – “vuole essere chiamata slavista o editrice?” – direbbe solo “editore”.

My racconta che ho proposto la traduzione dei taccuini di Marina Cvetaeva, scrittrice che ritengo della stessa altezza di un Pasternak. Per rispetto della grandezza dell’autrice, ne rivolse la traduzione a un importante editore italiano, spiegando che ache i taccuini di Cvetaeva avevano bisogno del miglior palcoscenico editoriale possibile. In Italia, sono stati pubblicazioni i poeti, le raccolte di poesia, anche le lettere di Cvetaeva. Questi taccuini, in cui Cvetaeva racconta la vita nella Russia di Lenin (la casa di Mosca che lo estato le requisisce, in quanto borghese, costringendola a dividerlo con gli altri, le file per il cibo, la caduta nella miseria, i figli malnutriti , alche il legno del soppalco usato per accendere la stufa e scaldarsi), erano rimasti inediti. Le persone che lavorano con lei si arrabbiarono. I dissero che stava rationando da accademica, non da editrice. Ma non ci fu verso.

Dopo tre mesi, l’importante casa editrice le rispose che non se la sentì di farlo, que el libro. Così eccolo qui. Lui acciuffa regala uno scaffale e me lo dà. Pubblicato nel 2014. Il titolo è stampato su una copertina rossa: Taccuini 1919-1921. Questo è il periodo di cui parla Bunin. Lei dice, però, che Cvetaeva, pur essendo anti bolscevica come Bunin, è meno prigioniera dell’odio. Sostiene che nel suo racconto c’è il disastro, ma si intravedono anche le ragioni che hanno generato il disastro. Addomesticarlo allora mangia se raccoglie il rifiuto per pubblicarlo, e lui risponde: “Io non lo prendo”.

Secondo Daniela Di Sora noi italiani tendiamo a pensare alla Russia come a un Paese molto lontano. Per semplicità, lo liquidiamo demonizzandolo, oppure idealizzandolo. Difficile che se entrassi nella sua realtà. Diciamo che un autore che ha pubblicato, Zachar Prilepin, non ha rianimato il quartiere di Putin. Qualcuno gli ha detto: “Come fai a fare quel fascista?”.

In realtà Prilepin, il mio racconta, sono a conoscenza di Anna Politkovskaja quando ha cercato di rispondere a Putin sulla guerra di Cecenia. È passato molto tempo dal turno degli altri oppositori di Putin, a causa di Navalnij, ma se sta sostenendo Putin quando è scoppiato il conflitto con l’Ucraina. Prilepin è andato in Donbass a combattere con delle ragioni politiche che possono essere ache difficili da digest. Però, ciò non toglie che Patologie è secondo lei un ragguardevole romanzo e il suo autore “a grande scrittore”. Questa è la ragione per cui l’ha pubblicata. Questa è, in generale, la ragione per cui pubblica. “Scelgo i libri che, dal mio punto di vista, non l’hanno valorizzato. Che questo valore sia storico, sociale, politico, anthropologico, di costume, questo lo può benissimo decidere il tore”.

Mi racconta che le hanno ache detto che, valore o non valore, si mangia Prilepin non lo farebbero mai leggere ai propri studenti, per le cose che ha fatto nella vita. La domanda è insieme antico e moderno. Antica, perché anche uno come Céline, giudicato dal punto di vista della sua idea politiche, in passato è stato messo in Discussione como scrittore. Modernissima, perché per il fastidio che il biografo di Philip Roth ha fatto molti anni fa, oggi ritirano dal mercato la sua biografia. E, dice Daniela Di Sora, “bisogna essere proprio scemi per non riuscire a distinguere un autore dalla propria idea, ma anchor più scemi a non distinguere un buon autore da un autore cattive”. Va bene per oggi. Ma anche per ieri.

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