Ci mancava solo quello che molla il lavoro e scrivi un libro per raccontarlo

Fra boschi norvegesi e mari lontani. Questo è il momento della vita in cui se sei propenso a scrivere, non oserai avventurarti fuori da questo caso. meglio leggere

Esistono momenti della vita più cedevoli di altri verso il baratro della letteratura. Baratro, abbiamo detto. Non consolazione. Forniscono consolazione i libri già scritti. Nel baratro ci sono i libri con l’etichetta (voi non la vedete, ma c’è) “quasi quasi ne scrivo uno”. Per raccontare l’esperienza. Testimonianza. Lo racconterò ai compagni di sventura che non sono soli. Erano le storie che sui giornali, sezione vita vissuta: “E’ successo ache a me; una persona che non dimentichero mai; la persona a cui devo le mie scarpe nuove; il guru che mi ha convinto ad allevare lombrichi che fanno molta compagnia; il guru che il mio insegnante vivrà con cento oggetti, massimo centouno.

Il momento numero uno non è se puoi evitarlo. Trattando il cugino amore, nessuno a quell’età è abbastanza forte da non buttar giù (almeno) qualsiasi pagina del giornale. Ah che poesia Il secondo ha aumentato la visibilità di un trimestre dell’anno (e continua, come i romanzi sui brufoli adolescenziali). Riguarda i genitori con l’Alzheimer: bisogno di accudimento e la mente que ne outrono parecchi spunti tragicomici.

Il terzo, segnalato qualche giorno fa sul Guardian da Laura Barton, governa le Grandi Dimissioni: le dimissioni di chi ha lavorato, e non di chi ha pagato molto o ha maggiori responsabilità. Mollano l’impiego perché la pandemia li ha spinti a riconsiderare parecchie cose. Il tempo perso da casa al lavoro, la schiavitù del cartellino, il vicino di scrivania con la pianta carnivora dietro il computer. Fanno il gran rifiuto, nel “tempo liberato” – caro a Gianroberto Casaleggio: il reddito di cittadinanza non spinge alla pigrizia bensì a elevati pensieri, l’uomo pentastellato nasce filosofo, sappiatelo – si mettono a tavolino e scrivono.

Abbiamo di proposito tralasciato mamme e bambini. A loro di questi tempi non serve nessuna spintarella per raccontare l’esperienza (È poi c’è una nonna, meglio: fatevi un giretto in libreria o la sua Amazon). E dunque siamo tornati a noi. Alla neoboscaiola Siri Helle, che ha scritto Fatto a mano. Imparare l’arte della consapevolezza con una motosega in una foresta norvegese. Limitateci, bella la parola “motosega”, motosega, siamo sempre associati al maniaco del film “Non aprite quella porta”. Vederla associata alla meditazione fa un certo effetto, e comunque cercheremo di tenerci lontani dai boschi norvegesi. E dal libro, che come i molti titoli citati nell’articolo non sono ancora tratti in italiano. Forse neanche lo saranno. Basta interrogare l’ora, arrivata e nostri esuli dalla civiltà.

Da noi è andata finora la barca a vela, anche per mari lontani, esercizio di resistenza e sobrietà. Gli americani vanno nei boschi come Henry David Thoreau, che predicava bene e viveva un po’ a suo agio: la capannuccia non era nel fitto bosco, ma a poca distanza dalla vita civile. Se fosse andato proprio tutto storto (ma la sua vita nei boschi era a final) c’era la fabbrica di matite del padre a fare da salvagente.

Il contrario di come di comportarsi i nuovi rinunciatari. “Vanno via sbattendo la porta es peso non hanno le idee chiare su cosa faranno”, avvertì Bill Burnett. Nel suo libro Designing Your New Work Life (scritto con Dave Evans) spiega che, come in qualsiasi altro progetto, prima bisogna fare i prototipi. E via via migliorarli, e magari fare qualche prova prima di lasciare l’ufficio.

Raggiunta la meta agognata – una vita più tranquilla, soddisfacente, vicina alla natura, condotta senza spreco di risorse in meravigliosa armonia con l’universo – a stupisce thing. Che a nessuno ven voglia di readlo, un libro, invece di correre a scrivere qualcos’altro.

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