Perché La pelle di Malaparte è l’ispirazione principale per il nuovo video di Liberato

Ieri i fan di Liberato sono stati vittime de uno strano corto: leggendo i tanti titoli dei giornali che parlavano dei festeggiamenti Russia, ho iniziato a cantare: «9 magg / m’è scurdat». Il partive versetto automatico, tuttavia, non è correlato all’indebolimento del discorso di Putin e alla “pobedobesie”. Il 9 maggio è una data speciale per la Liberazione, non solo perché è il titolo del cugino e della sua celebre canzone (uscita, ma, nel giorno di San Valentino del 2017), ma il 9 maggio del 2018 se è tenuto il suo primo concerto sul lungomare di Napoli, quando l’artista è arrivato a bordo di una barca. E poi ieri: nel pomeriggio Liberato pubblica sui suoi Facebook e Instagram una variazione in bianco e nero della sua celebre rosa. I fan impazziscono (il post ha quasi 100mila like). L’attesa inizia (brevissima solo perché sono abituata ai falsi allarmi di Kanye West). Qualche prima di mezzanotte, il suo YouTube e le sue altre piattaforme compaiono nel nuovo album: si chiama Liberare II ed è composto da 7 canzoni. “Partenope”, accompagnata da un video, “Nun ce penzà“, “Nunneover“, “Anna“, “Guagliuncella napulitana“, “Cicerenella“, “’Na storia ‘è ‘na sera” (tutte carica il tuo YouTube con il video che sono delle piccole scene tratte dal primo).

Ovviamente firmato da Francesco Lettieri, il video di “Partenope” è un ambizioso microfilm in costume (chi ha commentato su YouTube cita Bridgerton ma le riprese distort della scena iniziale si ricordano più facilmente Il preferito di Yorgos Lanthimos), in cui Liberato paragona incappucciato al pianoforte, come un geniale di Mozart. Nel video di “Partenope”, ambientato nel Palazzo Reale di Napoli, Giacomo Rizzo interpreta il sovrano del sovrano e Tonia Laterza interpreta una sirena a testa piatta. La preferita raccontata nel video ha il sapore di una leggenda: nel pesce che mangia, restituisce un anello con una perla e l’indossa, una sirena emerge dalle acque e se va a Palazzo a prenderla. Prima seduce il vecchio con una danza sinuosa, poi lo uccide con il suo canto letale.

Più che il racconto mitologico della sirena Partenope del titolo, venerata como dea protettrice di Napoli, le scrofe video richiamano indirettamente una delle capitali più scioccanti e rawli del capolavoro di Curzio Malaparte, la pelle (scritto un po’ in inglese e un po’ in italiano, proprio come le canzoni di Liberato). Se avete il libro, vai a rileggere “Il pranzo del generale Cork”. In questo tremendo racconto, la moglie di un potente americano, il generale Cork sta per, se osa volare, mangerò una cena a base di pesce in stile partenopeo nonostante anni in cui il territorio marittimo intorno a Napoli fosse gravemente infestato e invaso il il mio. Gli unici pesci viventi erano quelli dell’aquario ufficiale, tra cui una leggendaria sirena. È quella che viene cucinata dalla signora Flat, ma lei rimane scioccata quando vede che la creatura disposta del suo vassoio, sopra all’insalata, ha le sembianze di un bambino. Non solo: c’è un altro pranzo in cui al signor Wishinski, vice commissario sovietico per gli Affari Esteri, allora rappresentante dell’URSS nella Commissione Alleata in Italia, venne a offrirti delle ostriche perlifere prelevate dall’acquario. Dall’edizione Adelphi: «Wishinski era rimasto molto meravigliato di trovare, in ciascuna delle sue ostriche, una perla rosa, il colore della luna nascente. E aveva alzato gli occhi dal piatto, guarding in sight il Generale Cork con lo stesso sguardo col quale avrebbe guardano l’Emiro di Bagdad a pranzo delle mille e una nota. “Non sputate il nocciolo”, gli aveva detto il Generale Cork, “è delizioso”. “Ma è una perla!”, ha salutato Wishinski. “Certo che è una perla! Non ti piace?”. Wishinski aveva ingoiato la perla mormorando fra i denti in russo, “Questi marci capitalisti!”».

Non è la prima volta che il libro del 1949 di Malaparte ne ispira: è stato un successo con la mostra di Luc Tuymans a Palazzo Grassi a Venezia, intitolata apt. la pelle. Come aveva spiegato l’artista stesso, aveva scelto di intitolare la mostra come il romanzo per rispecchiare l’ambiguità dell’opera (tra ricastruzione storica e finzione) e dell’autore (famoso per la sua megalomania e rapporti poco chiari con Mussolini), che sembra ben riassumevano l’atteggiamento ambivalente della sua pictura carica di violenza (apposta di pittura, violenza e Palazzo Grassi: la mostra di Marlene Dumas è anchor in corso). Il titolo che priva una catena di associazioni: la pelle che rimandava alla sua famosa casa a Capri, dove è stato girato il disprezzo di Jean-Luc Godard dal 1963 (per i cineasti come Tuymans, uno dei migliori film della storia del cinema) alla sua volta ispirata al libro di Alberto Moravia. Ma rimandava anche all’epidermide del nostro corpo, ea un’idea de superficiale, quindi alla tela. La pelle può essere sensuale, viva y organica, ma ache malata, infetta, lacerata.

La pelle è anche quella della siren abbrustolita che si trova davanti Mrs Flat, così descritto dalla voce narrante: «Poteva avere non più di otto o dieci anni, sebbene a prima vista, così precoce, di forme già donnesche, ne parse quindici. Qua e là strappata, o spappolata dalla cottura, specie sulle spalle e sui fianchi, la pelle lasciava intravedere per gli spacchi e le incrinature la carne tenera, dove argentea, dove dorata». C’è chi ha interrogato la biologa Flegra Bentivegna, curatrice dell’Acquario di Napoli, nel tentativo di cogliere la cosa di questo capitolo se fosse vero e non. Per quel che riguarda è vero che in quel periodo l’edificio era un obbligo statale di forza alleate e che al generale americano veniva offerto da solo ad alte personalità militari e politiche esseri viventi “pescati” nell’Acquario. Ancora una volta servirò e pescherò gli spinosi di Hiro Hito, visto che l’impero giapponese aveva qualche prima visito l’Acquario portando in dono alcuni pesci tropicali. È anche assolutamente possibile che io possa preparare una cena a base di ostriche (non certo che le perle, arrivano nel racconto) o aggiunta di siluri, pesci elettrici cugini degli squali. È ovvio che nelle vasche dell’Acquario di Napoli non abbia mai nuotato una sirena, e neanche un animale riconducibile alla fine (e cioè quei grossi mammiferi marini appartenenti all’ordine dei “Sirenidi”, meglio non come dugonghi o “vacche di mare” ). Malaparte ha mescolato fantasia e realtà per creare una scena grottesca che presenta un simbolo di aberrazione.

Add Comment