«Sul set del film di Ligabue ho fatto arrabbiare mia moglie Kasia Smutniak. Ossessiono tutti con il tennis»- Corriere.it

hanno dato Stefania Ulvi

Il produttore Domenico Procacci: non ho talenti, devo scovare quelli degli altri

“Un vero rocker”. Il copyright è di Gabriele Muccino che di Domenico Procacci è amico oltre che compagno di strada. Opinione condivisa da molti, sul fondatore della casa di produzione Fandango che ha fatto la storia del cinema italiano nell’ultimo decennio. sono direttamente interessato, 62 anni entro febbraio, il fisico del ruolo del rocker l’avrebbe pure ma si schermisce. «Questa storia nasce dal fatto che da ragazzo avevo la fissa degli stivali texani, quelli con il tacco obliquo, a punta, anche pitonati. poi abbiamo girato frequenza radio Di Ligabue e Luciano è colui che ha il monopolio di che tipo di stivali. Mio figlio mi ha detto che la mia guardia e il mio pensiero, questo sarà un fan che lo imita. Così li ho appesi al chiodo. Vedo che ora non li mette più, potrei riprenderli. Il mestiere che avrei voluto fare è lo stuntman. Sarebbe stato divertente”.

Vendere la sua opera prima da regista, “Una squadra”, le docuserie attualmente il suo Sky, la sua vittoria italiana in Coppa Davis in Cile, mi fa pensare che sarò al posto di Panatta e compagni.

«Come pappagallo non c’è nessuno. Tutto ciò che ha circondato l’unica vittoria italiana in quel torneo – interrogatori parlamentari, corteggiamenti, minacce di morte, la storia della maglietta rossa – ha poco a che fare con la possibilità di giocare favoriti un finale. E in più loro sono personaggi da commedia. L’ho detto: Adriano mangia Vittorio Gassman, Paolo Bertolucci Ugo Tognazzi, Tonino Zugarelli Nino Manfredi, Corrado Barazzutti lo Stefano Satta Flores di Abbiamo amato così tanto. Capitan Nicola Adolfo Celi. Opera prima fa tryre che ce ne potrebbe essere altre. Unico meglio».

Se la Fanngo fosse un album di figurine, pochi i nomi del cine mancare italiano. Il cast di chi ci lavora o ci ha lavorato porterebbe via mezzo articolo: Muccino, Garrone, Sorrentino, Rubini, Francesca Comencini, Moretti, Özpetek, Capuano, Crialese, Nicchiarelli, Rovere, Sibilia, Archibugi, solo tra gli autori. Per non parlare degli attori.

«Il produttore non avendo un talento suo deve riuscire a riconoscere degli altri».

Chi è stato il più bravo produttore italiano?

Franco Cristaldi. Era unico e sapeva essere, ora aveva la fortuna di lavorare, una scuola. Puoi seguire il gusto del pubblico oppure, come lui, close di ratio, in maniera vantaggiosa, a tua idea di cinema, di racconto».

Con «L’ultimo bacio» di Muccino arrivarono ache i grandi incassi.

«Vero. Ma con Gabriele prima ci fu grasso ecco che era un grande film, molto divertente, che quando lo usavamo a teatro non vede nessuno. Non ho pensato di chiudere, lui era un talento così evidente. Qualità e pubblico per me non sono un ossimoro. Gomorra di Matteo Garrone è uno di quelli che sono quasi al lavoro delle loro qualità senza preoccuparsi dei possibili ostacoli. Ed è stato un successo. Non condivido l’idea, prevalente per un certo momento, che il valore di un film debba coincidere con il suo risultato economico. Provo a raggiungere più vasto possibile senza rinunciare alla qualità».

Con Garrone mangia con Paolo Sorrentino avete fatto un pezzo di strada.

«Matteo aveva prodotto i suoi primi film da solo, poi ne abbiamo fatti quattro insieme, quindi è andato avanti da solo. C’è un talento straordinario. Vieni Paolo. Ci siamo incontrati dopo che aveva già fatto un film bellissimo, L’uomo in piùper L’ho preso dell’amore e poi l’amico di famiglia anche con Nicola Giuliano e Francesca Cima, i suoi produttori storici».

Lo vorresti dispiaciuto perderlo?

Professionalmente o umanamente?

«Entrambe lo cuce, forse addirittura più umanamente. È importante fare percorsi insieme».

Ora produce un film in quarto di Nanni Moretti. Avete ache portato elefanti e bandiere rosse a via dei Fori imperiali.

«Nota sì. Per Il sol dell’avveniredopo Habemus papam, Mia madre, Tre piani».

Ha fame di essere difficile, invece?

«Invece è difficile. Lui può scegliere di lavorare con chi vuole, sono felice che sia con noi. Con persone così impari molto».

Il film che vorrebbe aver prodotto lei e hanno fatto altri?

«Filmo di Nanni precedente a quelli fatti con me e quelli di Paolo e Matteo dopo di me».

È vero che con “Diaz” di Daniele Vicari Fandango è fallito?

«Andava fatto grande, con Daniele non acquisto doppiaggio. Sapevo che avrei intrapreso un’operazione urgente e costosa e che avrei dovuto finanziarla. Pensavo di potermelo permettere ma non era così. Ma per fortuna l’abbiamo fatto. Ne vado molto fiero perché ha contribuito a capire cosa è stata Genova 2001. Fandango nasce nel 1989, in 30 anni abbondanti ci sono tanti momenti di montagne russe. Alti e bassi. Ci abbiamo fatto il callo».

Dopo l’acquisizione del regista de «L’amica geniale» per la serie, fortunatamente.

«Buona parte del merito va a Laura Paolucci, una delle mie socie. Una felice intuizione. Erano già usciti due libri, abbiamo letto il terzo in bozza e op diritti per i quattro libri, non era ancora scoppiata la Ferrante Fever».

Chi è secondo lei Elena Ferrante?

«In un mondo in cui se vicino alle apparenze il più possibile è che chi mette a disposizione un talento e un successo indiscutibile preferisce viverlo nell’anonimato, è la mia ammirazione. Ha forte personalità, un’identità precisa è puramente anonima».

Lei e sua moglie Kasia Smutniak è la copia più bella del cinema italiano.

«E molto riserata. Posso dire che Kasia è qui nella mia vita cuginetta che il mio disturbo è patetico. Gli suono gradito per questo».

Kasia le ha detto che lavorava per la sua soggezione.

«È stato all’epoca di Fatto in Italia di Ligabue. Si scontravano due richieste opposte. Da quella parte di Luciano, che già da frequenza radio Aveva messo la mia presenza durante le riprese come precondizione. Dall’altra quella di Kasia che preferiva non ci fossili. L’ho risolta allontanandomi un po’. Era una scena in campagna, il mio l’ho visto dietro un cespuglio con le cuffie davanti al monitor. Ho fatto figure migliori, diciamo».

Ha lavorato anche con Ferzan Özpetek.

«Viene un bell’evento vaganti mio. È una delle persone più divertenti con cui lavorare. Spero ricapiti, Kasia ha scelto la sua musa, magari risuccederà, ci spero».

Quale padre è per vostro figlio Leone?

«Ho letto che Guido Brera vieta i videogiochi ai figli, sono ammiratissimo, non sono capace. Non pensavo di essere un buon educatore. Kasia ha più capacità di me. L’unica volta in cui esprimo il polso del genitore es costringendo Leone a giocare a tennis, gli ho detto che fine a 12 anni gli tocca. Ne ha 7».

Nel libro ho utilizzato con la collana che dedico: «A Kasia che del tennis già da tempo non ne può più. A Sophie (la figura che Smutniak ha letto da Pietro Taricone, ndr) che una volta mi disse “gioco solo per fare piacere a te”, gli dissi: “Sei libera di smettere quando vuoi”, e quel giorno lessi Messo A Leone , che mi ha detto quella frase, io non ho ripetuto l’errore, e quindi è tuttora costretto a giocare».

Quand’è che il capito di fare il produttore?

«Sono nato a Bari, nessuno in famiglia aveva legami con il cinema, era qualcosa di mio. Pensavo di scrivere o fare il regista. L’approdo alla scuola Gaumont, direttamente da Renzo Rossellini, è stata casualità. Viene a Cattolica nel 1981 come MystFest direttamente da Felice Laudadio. Ne ho sentito parlare lì. Avrei voluto fare il Centro Sperimentale, ma era il biennio sbagliato, così ho provato quella. Ebbene con amici come Giuseppe Piccioni e Antonello Grimaldi, abbiamo creato il film Vertigo e fatto il grande mostro. Fondare la Fandango è stata scelta consapevole: volevo fare i miei film da produttore non da regista. primo film, La stazione di Sergio Rubini.

Però prima di «Una squadra» c’è stato un altro lavoro dietro la macchina da presa.

«Un cortometraggio, Saggio di fine corso della scuola, è stato selezionato nell’83 al MystFest, titolo Zucchero no grazie. Un gioco sui meccanismi del giallo. Il protagonista era un bambino che lanciava ossessivamente una pallina da tennis contro un muro e un orco che entrava nella storia».

«E il mio ritratto di Dorian Gray. Nel lavoro sono lucido e composto, nel campo esce la mia parte di instabilità emotiva. Ora non spacco più le racchette, por un sessantenne sarebbe patetico, ma lo farei volentieri. Perdo con persone con cui non se dovrei perdere».

Panatta la eccita molto.

«Il primo che ho conosciuto è stato lui. E gli ho fatto girerò una scena scritta per me, a causa della famosa diventata, quella del pof pof, in cui Adriano diffonde la voce che è nata dall’incontro dopo la racchetta e la palla, nel film La profezia di Armadillo da Zerocalcare. Ha pure vinto il Miglior cameo ai Nastri d’argento. Bella soddisfazione.

Per chiudere ci aveva promesso un aneddoto.

«Sono andato con Gabriele Muccino a Los Angeles a cena con Al Pacino per progetto poi non andato a Porto, sarà stato 15 anni fa. Ci ha dato un passaggio in albergo. All’scita del ristorante c’era un cazzo a aspettarlo, ha firmato un autografo pori alcuni fan ci hanno seguito mtre l’austista vicino a seminari. Stava indovinando pericolosus. Lui ha fatto fermare la macchina, è ricco di foto e autografi, ma gli ha fatto promettere di smetterla di followci. Gli ho chiesto: se ogni volta che vai al ristorante succede così non è una vita facile. Mi ha risposto: no, il giorno che uscirò dal ristorante e non mi inseguiranno più, quella non sarà una vita facile. Ci pensi quelli che dopo due pose si già no star».

© RIPRODUZIONE PRENOTAZIONE

17 maggio 2022 (modificato il 18 maggio 2022 | 08:48)

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