Crimini del futuro è l’ultimo avvertimento di Cronenberg all’umanità – Francesco Boille

24 maggio 2022 15:53

Dopo la divertente satira di Ruben Östlund, il gomito proiezione gomito del nuovo lungometraggio di David Cronenberg, 79 anni, e quello del sudcoreano Park Chan-wook, ha dato un successivo scossone al concorso, è entrato anche nel film, più soprattutto Il secondo, potranno aver irritato alcuni perché alla visione possono forse arrivare tantino complicati. Sono però complicazioni, un po’ come quelle di un giallo, che più le si affronta e approfondisce e più il fascino e la profondità dei film dovuti aumenta.

Ma è crimini del futuro Diedi Cronenberg a spiccare con nettezza. Il maestro, dopo otto anni di assenza dal grande schermo, fa un’operazione stranissima: riutilizza il titolo del suo secondo film, realizzato nel 1970, pur con l’intenzione, esplicitamente dichiarata, di non farne un remake. Tuttavia riesuma dal passato della sua giovinezza un titolo che contiene la parola futura. Sembra emblematico per un profetico ritenuto artista sul divenire corpo della macchina e, come in uno specchio, sul divenire macchina del corpo umano. Così come sembra suggerire un significato segreto. Ci sarà modalità di essere più dettagliati al momento dell’uscita in camera ma è evidente l’intenzione di riallacciarsi (dopo diversione anni in cui il suo cinema era mutato suo un registro più realistico) al momento in cui è nato artisticamente, con l’horror e la fantasia – seppure atifiche – inizialmente piccolissime produzioni e che sembrava in chiuso con esiste Z (1999).

Che la sua continua mutazione, ed il suo unico modo reversibile, non dev’essere stupire visto che nessun registro più di lui ha messo la mutazione al centro dell’arte stessa nella questione centrale della civiltà contemporanea, del suo (non)divenire.





Per la verità crimini del futuro la versione 2022 presenta un’importante analogia con la sua “antenna” del 1970, con un virus pervasivo. Se passa all’ambulatorio del dermatologo Adrian Tripod e del suo “cancro creativo”, dove se asportavano tumori e relativi organi un continuo andare, all’artista Saul Tenser, interpretato da Viggo Mortensen, il quale fa crescere nuovi organi all’interno del corpo proprio come parte della “sindrome dell’evoluzione accelerata” – una malattia dilatante che fa continuare le mutazioni – come momento di performance art. Il tutto in un mondo neomedievale colpito dalla catastrofe climatica: lo stesso Tenser, con il capo quasi sempre coperto, ha uno spogliatoio per incontrare il lebbroso e il monaco. Gli spettacoli ai quali assistono il pubblico sono agghiaccianti e ipnotici insieme. L’espresso concetto performativo di Tenser che consiste nel scoprire e aportare davanti al pubblico le parti mutati del suo corpo – coadiuvato dalla sua compagna Caprice (Léa Seydoux) que risce a osservare e tatuare i suoi organi – è a vera e propria “ideologia”. L’ultimo. Quella del corpo ormai svuotato di senso o, come descritto nel film, di ogni suo “significativo”, la terminologia sottesa all’analisi ne critica l’art.

È affascinante che questo caos delle forme in cui un mondo di zombi nelle vicinanze disparate di mettervi un qualche ordine

Si tratta di una “body-art” – simbolicamente un’arte vitale – che può essere confusa con un’organicità in mutazione inscindibile dalla putrefazione, in altre parole dalla morte. E questo è vero fin dall’inizio, con il corpo di un bambino.
Sono molti gli echi all’opera del regista, ma in questa strana dimensione disadorna eppure Suggestiva, siamo dalle parti dell’adattamento di il nodo d’erba di William Burroughs, della Tangeri dislocata in un mondo parallelo, “altro”.

L’artista si fa arte di se stesso e dice che il versetto del crimine è stessa l’umanità l’ha già consumato. La dimensione autoreferenziale ha qui un senso profondo. Mangia l’ultimo avvertimento. Forse siamo già morti e non ce ne accorgiamo. Non possiamo far altro che leggere e riguardare le sew di quando eravamo morenti ma anchora vivi. Qui si mangia la plastica così come en el mundo, quello reale non quello trasfigurato al cinema da Cronenberg, le persona sembrano dei forma que guardo film giocattolo, film di plastica. Quanto all’erotismo, per Cronenberg non sottrae alla vivisezione di mutazioni della morte, non della vita. Inevitabilmente claustrofobico, è affascinante che si formi questo caos in cui un mondo zombie è disperatamente vicino a mettervi un qualche ordine.

Cronenberg racconta di sé, della sua arte, del grande mercante e assassino d’arte di Hollywood, cioè di se stessa (la polizia segreta del Registro Nazionale degli Organi). E così fando parla di noi tutti come mai forse prima. E come nessun altro ha mai fatto meglio prima. Per la prima volta e forse l’ultima.





decisione di partire di Park Chan-wook regala un film vitale di un registratore che in tanti credevano ormai precipitato nella voragine del sadismo di maniera e fin a se stesso. E di precipice qui si tratta, in alta montagna.

Un ricco impprenditore si precipita da uno strapiombo di montagna e un detective della polizia deve decidere se la giovane moglie cinese è sospettata di omicidio oppure se si tratti davvero di un incidente. A new questioning non è chi lo subisce a barcollare ma chi gestisce: il rigore si affievolisce e un mystery sentimento di amorosa attrazione del detective verse la donna piano si fa strada fino a straripare. Nondimeno, sono il lavoro visivo e il montaggio a fare la vera narrazione y in modo sorprendente: quasi a ogni inquadratura di questo film incentrado sullo sguardo e sul “vedere” i personaggi si rivelano sempre dislocati altrove (o forse no). Un altrove inquietante e sorprendente, sempre diverso ma che forse è sempre lo stesso. Sono davanti a grande vetrata – motivo comune nel film – e un istante in cui l’azione riprende in un altro luogo, un’altra vetrata, il tutto gestito con notevole maestria, quasi ipnotica. È quasi una mossa, una scivolare tra porte diversità di realtà, e di finzione.

Mi perdoni una certa lunghezza se acconsento a entrare in questa sorta di visione allucinata nascosta nelle pieghe delismo più classico impregnata di Hitchcock in passato, il suo pianoforte visivo, di certo cinema sudcoreano: l’atmosfera era forse la cosa più bella e l Apogee sulle dimensioni, in mezzo all’acqua del mare i cui zampilli tra le rocce conferiscono alla tavolozza dei colori una dimensione quasi pastello suggerendo definitivamente la dimensione fortemente onirica del film. L’impressione di un grande sogno.

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Chi invece non è onirico per nulla è lo svedese Ruben Östlund nella sua ottima satira sul capitalismo e sulla borghesia di triangolo della tristezza. Not sempre il suo cinema riesce a osare profondità all’immagine come vorrebbe e finisce per esser fatto della stessa pasta dell’oggetto della critica, cioè il mondo patinato e privo di sustenance della società di oggi, come risulta già scritto da Cannes 2017 per il suo o precedente lungometraggio, QuadratoVincitore della Palma d’oro.

Qui il regista, in un crescendo sempre più divertente, rischia di fare un solo falò della moda, degli influencer, della liberismo, della borghesia, della lotta di classe, della parità tra sessi. A crocera tra ricchi sfocia prima nella farsa – il vomito collettivo provocato da una tempesta – perché nella sua tragedia attraverso un naufragio che in fondo è solo un’altra farsa, poiché questa società postmoderna è ormai incapace di incarnare la vera tragedia. Il clou è probabilmente la battaglia dialettica di Marx e Lenin tra l’anarchico comandante americano della nave, magnificamente interpretato da Woody Harrelson, e il magnate russo, il più simpatico cinico. Il vero problema, però, è il potere, in definitiva, il quale snatura la natura dell’uomo. E della donna.

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