Irene Grandi: «Il mio matrimonio? Già finito… forse sono egoista e amo troppo la musica»



«Quello che sono oggi soprattutto alla folgorazione adolescenziale per i Blues Brothers, a Pino Daniele ea Vasco Rossi, e alla mia professoressa di russo. Ma solo perché era una pessima professoressa».

Che Strano Pantheon, Irene Grandi. Sui maestri musicali nulla da dire. Ma… perché la professoressa di russo?


«Avevo scelto il russo come indirizzo a lingue quando mi sono iscritta all’Università di Firenze. Già cantò con Le Matte in Trasferta insieme Simona Bencini dei futuri Dirotta su Cuba e nella band La Forma dove c’erano anche Stefano Bollani e Marco Parente, e iniziò a collaborare con Telonio, mio ​​autore da molto tempo, amavamo il cugino disco e mi dicevo che ce la potevo fare, che avevo qualcosa in più. Ma avevo un insegnante ai primi due anni que mi aveva conquistato e volevo intraprendere una vita dedicata alla letteratura russa in lingua: il mio piano A era quello, il piano B era la musica. Era il periodo della Perestrojka e se pensassi che un dover giorno vissuto insieme felici anche insieme ai russi… e Guarda invece com’è andata a finire. Ebbene, ma la professoressa cambiò: quella brava andò via e arrivò una che mi addormentava sul banco. Mamma mia che ronfate che mio figlio fatta in quelle aule. Probabilmente adesso senza questa porta scorrevole sarei qualcosa di completamente diverso. Ho lasciato gli studi e mi sono buttata sul serio sulla musica».

Avremmo perso una delle voci più potenti, splosive, entusiaste e gioiose del pop italiano. A proposito: con una voce così, ma hai deciso di usarlo adesso con un album tutto blues, “Io in blues”, con chi ti vedremo in tour tutta l’estate? Quello è uno stile filosoficamente opposto alla sua personalità, oltre che allegra, come “pop”.

«Infatti più che altro è rhythm and blues, meno malinconico, più passionale. Avevo di tornare alle radici: questo è un progetto della pandemia, dalla distanza dai miei musicisti per il lockdown, e qundi figlio dell’incertezza esistenziale, con el bilsogno di creare qualcosa de novo, di appportare dei cambiamenti nella musica que siè Talmente trasformata nei linguaggi in questi ultimi anni, ormai tutta spostata sul rap, che per noi che apparteniamo ad altri mondi è molto faticoso trovare spazi per esprimersi, la nostra musica ha ormai poco da fare con i giovani. Quindi per darmi forza, tornerò a tutte le radici, a Prince, Aretha Franklin, ai Police, a tutta la musica nera che è stato il primo amore».

Per quanto riguarda i Police, lei sempre questa esta sarà la protagonista dell’opera rock di Stewart Copeland “The Witches Seed”, storia di streghe, persecuzioni, illusioni e piani diabolici.

«Debuttiamo a luglio, è stata una grande sorpresa anche per me. Se mescolo la lirica, il rock, tante cucino diversità. Un’esperienza vermente fuori dal consueto».

Torniamo ai Blues Brothers, in che senso la vita non sono cambiati?

«Questa è la mia iniziazione alla musica, 14 anni fa al cinema Universale di San Frediano, che è stata come un’iniziazione di per sé. In quel film c’erano tutti gli elementi della mia vita che volevo comporre la mia: la musica, l’idea di avere una band che si formasse come una famiglia, il sentimento “in missione”, nel caso di “per conto di Dio”, nel mio per celebrare la vita e la felicità. Il mio tempo di gioia, di motivazione, di coraggio, ho anche dato un input di “gusto”, ho fatto capire che avere una bella voce non basta, che quello che conta è lo spirito con cui canti. Infatti ci sono grandi cantanti che sono stonati ma sono grandi perché hanno lo spirito giusto. Questo nuovo album è un complimento a questa idea».

Pino Daniele e Vasco Rossi inventano…

«Pino è estato “il maestro”, molto presente a casa mia, piaceva molto ai miei genitori, ha incarnato la mia educazione al concetto di beauty musicale. Lui mi ha scelta por un evergreen, “Se mi vuoi”, a canzone d’amore nobile, l’Amore con la A maiuscola, a duet that mi ha porto il rispetto della gente, solo por il fatto che Pino mi Avese ha scelto a 25 anni E Vasco perché mi ha saputo leggere entro e nei decenni mi ha sempre sostenuto e capito. “Prima di partere por un longo viaggio” che ha scritto per me è una delle mie canzoni preferite di tutti i tempi, un fucile maturo che è musica rock. Ringrazio anche Francesco Bianconi dei Baustelle che con “Bruci la città” mi ha regalato una seconda giovinezza e ho fatto amore per una nuova generazione, regalandomi un brano animato in parte adulto e in parte cartone animato, ho dato un ringraziamento poetico quasi tragico ci vestono pop ma dicono “sostenibile”. Peccato che Pippo Baudo non la capì e non la prese a Sanremo».

La pandemia ha trovata irrequieta, aveva proprio bisogno di osare una scossa…

«Se canta il blues per esprimere la passione per un Dolore, qualcosa che non c’è. E questo ha mollo a che fare col Covid, con il “mio handicap così tanto la vita di prima”. Ha avuto una certa influenza, mi ha trasformato, ha accelerato cose che erano previste in trasformazione, amplificandolo, positivo o negativo che sia».

«Ho visto spezzarsi legami fragili, nella vita privata come nel lavoro. Mi sono esposata (nel 2018 con l’avvocato Lorenzo Doni, ndr) nel tentativo di capire se mi sentivo cresciuto, forse per “calmare” certi lati di me che avevo sempre incanalato con passione nella musica. Ma in wedding ho capito che in me persiste un sano egoismo da cui non posso staccarmi, la priorità è sempre il lavoro, e quindi non ha funzionato. È già finito».

«La pandemia ha finalmente permesso a me di finire e ai miei studi fantomatici di yoga: pregate per il diploma dell’insignante. E mi ha dato l’opportunità di lavorare con Stewart Copeland alla sua opera rock. Non certo qualcosa che capita tutti i giorni”.

Se è uno stato “provvisorio”, per capire c’è un cambiamento nella visione della vita, e non c’è cambiamento nella materia, lei appartener a quella schiera di artisti che pensa che farà questo mestiere e mettere la sua famiglia siano per inconciliabilità?

«No, credo che se hai famiglia e musica. Non credo che il problema sia la musica, mail concetto di coppia oggi. Che è in crisi, mio ​​ovvio genitore. È il mondo che non mi sembra strutturato in modo da permettere a tutte le copie di durare nel tempo. Oppure c’è l’incredibile fortuna di trovare l’anima gemella… ma è appunto “incredibile”. Wow, mmhh. Ed è così, credo, perché in passato erano troppi i matrimoni unfelici giusto che andavano avanti solo perché “si doveva”. Forse si confonde troppo spesso l’amore con il cinema, la passione, la convenienza, i legami che si sono creati e pensi sia un peccato gettare alle ortiche. È difficile oggi capire cosa sia l’amore. Io non lo so ma continua a cantarlo perché è l’unico modo in cui riesco ad avvicinarmici davvero».

Prima accennava ai suoi doppiaggi da ragazza su quale strada intraprendere. E all’Irene bambina cosa suggerirebbe?

«Ti dirò che ho un dono nella mia vita, qualsiasi cosa che mi permetto di vivere in questo momento e che ho portato in Paesi che altrimenti non vorrei mai visitare, incontrare persone interessanti e lavorare con chi ha sempre rappresentato il massimo del mio amore di bambina Come Pino Daniele e i Carabinieri. Quando rischio di accendere il tuo dono e portarlo fuori, la fortuna ti sorride, sento che è qualcosa che fai girare, e anche quando non mi sento profondo, posso attaccare una sola piccola idea di cui riderai.

Quand’è che ha capito che questa era la sua strada?

«Avevo 22 anni quando i miei genitori mi dissero: tuo fratello si è laureato a 24 e ha trovato lavoro, se vuoi provare a sfondare con la musica prova pure, ma a 24 anni vediamo cosa hai combinato, non starai qui per sempre a farti camping Mi datos due anni di tempo per riuscire a import».

«Ce l’ho fatta a 24 e mezzo, grazie a Dado Parisini che insieme Teolonio aveva creato la squadra giusta per me. Per sei mesi i miei genitori devono aspettato – ride – Scherzi a parte, sono stati molto educativi i miei, mi hanno fiducia dat ma ache dei limiti. Con La Forma e Le Matte in Trasferta è stato un momento bello e vivo per Firenze, si cresceva tutti insieme. Era una scena comune, condivisa, tutta vissuta che per un giovane artista era importante e che forse oggi, ai tempi del talento televisivo, era difficile da provare».

Era il 1993, un anno speciale per lei.

«Abbiamo trovato la strada per la canzone che faceva al caso di Sanremo Giovani e per entrare nella Warner ho sentito la fiducia di Pippo Baudo: era “Un movente maledetto”, il brano con cui ho aperto la carriera. Alla radio andava bene, mi sono qualificato per mio cugino Sanremo con “Fuori” e alla fine sono arrivato. Non vinsi perché c’erano dei giganti come Bocelli e Giorgia. Era un’edizione piuttosto ricca di quella talenti».

In tutto questo non ha mai lasciato Firenze, ora vive all’Impruneta.

«Non sono mai riuscita a lasciare Firenze. Avrei voluto stare un po’ fuori in certi periodi della vita, mi avrei fatto bene fare esperienze a Milano e Roma, conoscere altri concorsi musicali, altri musicisti, nuovi amicizie da coltivare, sprovincializzarmi, esplorare il lavoro nel cinema, nella moda. Ma l’amore per Firenze è sempre stato troppo, questa città che non ti ricompensa mai e quindi ti srona a fare sempre meglio».

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9 giugno 2022 | 07:10

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