L’evento dilaga: non ci resterà che leggere libri da ombrellone

Come un incubo che ricorre, ecco che la stagione estiva arriva con la sua escalation, in cui ogni ciottolo se si trasforma in cultura, in cui tutto è pensato a misura di acciottolato culturale perché la cultura è concept, è texture, è pattern, è dovunque

Eccola, nereggia all’orizzonte come un incubo: sta per fare irruzione nelle nostre vite post pandemiche e accaldate, smaniose di socialità e tuttavia angosciate dagli andazzi generali, l’estate che (non) ci meritiamo. Il resto sarà inevitabile, e inevitabilmente consignarsi senza fare storie, conimmagine fermo di un smileo e un lunatico scetticismo, al luglio e all’agosto incombenti (e soliti poveri su Twitter si fanno i gonzo-summer-reportage da due seventimane almeno, in pandemia era tutto un “non arriviamo alla fin del mese”). Ci apprestiamo a dare in un’altra tenuta la cui fortuna non può dire “non c’era mai niente da fare”. E ora che l’Islanda è anche la meta di chiunque e tuttavia non è che l’Adriatico si svuoti, agli anacoreti del feragosto non resterà che temptare svuoti. La soluzione potrebbe essere tunizzarsi con le terrificanti “piccole cose”o riscoprire a denti stretti i borghi disabitati (in una pandemia era un “rivalutare il turismo di prossimità, le gitarelle, le piccole anse sul fiume”) ed entrambi rimpiangere i tempi in cui si riesce a stare casa a far niente, with the certezza di averla scampata.

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