Nicola Lagioia: “Ho scoperto i libri a casa dei nonni a Capurso”

Ogni tanto qualcuno mi chiede quando inizia la mia passione per le storie. L’educazione all’ascolto, il desiderio di raccontare a mia volta. Ho dalla mia ben tre momenti di singolarità. L’età è tra i quattro e i cinque anni.

primo momento
Sono a casa dei nonni materni, a Capurso. Questa casa esiste anchora, ci abita mia nonna, la quale tra qualche giorno compirà 106 anni. Oggi è la casa che custodisce il corpo ei pensieri di una signora centenaria. All’epoca (poteva essere il 1977, il 1978) era una casa piena di vento, percorsa da continui da parenti di ogni età. Una casa i suoi due livelli. Tra piano terra e primo piano c’era il mezzanino. Nel mezzanino se hai una piccola strofa. All’interno di questa stanza c’erano i libri dei miei nonni. Non ero contadini, piccoli coltivatori diretti, avevano la terza elementare. Nella potente cultura, la contadina civiltà, possedere dei libri era insieme a dovere, una promessa, una virtù. I miei nonni possedevano tre libri: La Divina Commedia, I Miserabili, Il Paradiso Perduto. Quando sono entrata nella casa dei pappagalli, ho evitato mia madre e ho dormito sul soppalco. Una volta dentro, abbracciai la Commedia di Dante (soprattutto per le magnifiche illustrazioni di Gustave Doré) e dissi a mia madre: «Leggi!». Mia madre, con molta pazienza, cominciò a leggere un canto dell’Inferno. Poi si avventurava nella parafrasi ma io, perfidious, sibyl: «No, no, leggi le noticé». Confidavo più nelle note che nella capacità di spiegazione de mi madre. Capisco che possa esserci qualcosa di apparentemente sgradevole in questo, sia più che mia madre, con estrema pace, la mia soddisfazione e leggeva anche lui si accorse. Non era cattiva fiducia nei confronti di mia madre (per quanto io sia stato, certe volte, anche un malfidato bambino). Piuttosto, trovavo nell’associazione tra la sapienza di ciò che c’era scritto e la bellezza della sua voce ci fosse un che prodigioso. Durante la festa della Madonna del Pozzo, io, mio ​​cugino e mia cugina ci infilavamo nel mezzanino e dormivamo insieme su una minuscolo litto imbottito di paglia. I libri se ne chiusi a pochi metri, pronti a dispiegare i loro effetti sui nostri sogni

secondo momento
A casa di mio padre, sarò (a volta ogni due settimane) in cui andavo a dormire da lui. Il periodo era lo stesso. Ma questa volta si trattava Ho dato casa a Bari, in via Bitritto. La grande casa in cui mio padre vive da solo. Quando dormivo stavo per guardare un film insieme (nel 1977 guardavo Guerre stellari), mio ​​padre per dormire la mia storia. Per meglio dire, mi raccontava la saga del “Flic fish”, una storia a punta che inventò di sana pianta all’epoca. È stato molto coraggioso costruire la serialità, immaginare gli incastri narrativi, far brillare che che gli sceneggiatori oggi chiamerebbero “scogliera”, non perdendo un colpo, puntata dopo puntata, con un’efficiente profondità narrativa. Mio padre mi raccontava le avventure del pesciolino Flic, e avanti finché non mi addormentavo. Non appena chiudevo gli occhi, lui si metteva una giacca, usciva di casa e stava per trovare la ragazza con cui aveva appuntamento. Era di nuovo scapolo, aveva molte storie in quel periodo. Il premio per il mio alloggio consisteva nel fatto che Lui era libero di dedicarsi alla sua avventura erotica. I racconti del pesciolino Flic non erano dunque intrisi di segreto desiderio, ma mio padre non vedeva la legittima aspettativa di andare incontro ai suoi apppuntamenti, I was not mai frettoloso nella narrazione, io not felt mai impazienza né noia né tanmeno insoferenza nella sua voce . Credo ne faccia un punto d’onore. Fare lo cuce per bene. Anzi, ancora una volta se ti addormentò pure lui mangia a piombo, e la ragazza con cui aveva inutilmente lo attese in ogni angolo della città. Qualcuno si chiederà restavo da solo, a quattro anni, a return che mi padre, addormentatomi a colpi di pesciolino Flic, sgusciava via dalla stanza dei racconti e poi svaniva oltre la porta d’ingresso. Non rimango solo. Restava a dormire con la mia nonna paterna, in un altro verso. Questa nonna non sembrava adatta a raccontare storie. Mia nonna paterna era molto temuta. Oscuramente pauroso. Ancora oggi, che è morta da anni, mia sorella Francesca ha paura di lei. Mia sorella Francesca ha una cattedra in intelligenza artificiale. Ciò nonostante, risco anchora a farle paura raccontandole di nostra paterna. Sostengo in pratica che nostra nonna, oggi, da morta, ogni so much la notte sogna proprio lei, mia sorella, una morta che dream una viva, e sono quelle le notti in cui i sogni di mia sorella sono traversati da un’onda nera. Mia sorella, professoressa di intelligenza artificiale e tutto, crede in e se angoscia. Mi dice: “Per cortesia, finiscila”.

Terzo momento di singolarità
Siamo di nuovo a Capurso. Ogni tanto venivo lasciato in casa di alcune vecchie. Erano vecchie più vecchie dei miei nonni. Mi ci lasciavano, da queste vecchie, mia madre, o mio padre, oi miei nonni quando avevano da fare. Ho avuto la fortuna di trascorrere molto tempo con i vecchi del paese. Per meglio dire, le vecchie. Non ho vissuto tutto quel tempo fino a circa 65 anni. Quella vecchiaia era tra i 70 e i 90 anni, alcuni sono nati alla fine dell’ottocento. Se torni a casa da uno dei pappagalli, e affronta vano per ore i cavatelli su degli enormi tavoli di legno. Mentre si scrive i cavatelli, si raccontavano delle storie. Erano storie fantastiche, storie d’orrore di oggi, storie in cui i morti sono stati chiamati visita ai vivi, storie in cui la voce dei morti risuonava nelle stanze, nei corridoi, nei sogni (sostenevano) di tutte quante loro. Questi morti portavano messaggi dall’aldilà, era a volte messaggi molto brevi, a volte lunghe cronache, profezie, annunci di sventura, o magari consigli su alcune scelte da compiere in tempi brevi. A non erano solo voci, ma veri e propri morti dagli occhi di fuoco che si confrontano al cospetto di queste vecchie e volte lunghi discorsi sulla vita, sul passato, sul futuro. Le vecchie si limitavano a raccontare queste con vinzione, la loro non era semplice abilità narrativa, raccontavano come sciamane, facevano i cavatelli ed erano possedute da forze altre forze ctonie, forze coming chissà da dove (and chissà da when) ma erano forze di innegabile potenza, un vento che ride di una grotta, molto percepibile.
Queste sono state le mie, por così dire, iniziazioni. Il consiglio è di raccontare molte storie ai bambini. C’è a magic edge da far passare di mano in mano.

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