«Ero obeso, il mio prendevano a sua volta. Saltai qualche mese di scuola per non farmi vedere»- Corriere.it

Alberto Cotta Ramusino, in Tananai art. “L’errore? A 20 anni sto per vivere con una ragazza. Il mio idolo è Dostoevskij». Venerdì è uscito «Pasta», il nuovo singolo

«Mio nonno Pino ci aveva azzeccato. Suono ancora a Tananai». Parola in uso nei dialetti del nord che, dice Treccani, definisce una «grande confusione e schiamazzo di gente che ciarla e grida» e che di solito viene usata per indicare dei bambini particolarmente vivaci. «Mi chiamava così, non ero un tranquillo, facevo sempre suonare i bicchieri con le forchette. Sono morto a 7 anni, il nome d’arte è un omaggio all’unico in famiglia che non sono riuscito a stressare con la mia musica».

Alberto Cotta Ramusino, in arte ha indicato Tananai, è il fenomeno musicale di questo mese. Il cantautore milanese è riuscito a ribaltare l’ultimo post al festival di Sanremo in una vittoria grazie a una serie di post e battute che non hanno fatto scoprire la personalità brillante e autoironica e hanno spinto “Sessione occasionale” al vertice alle classifiche.

A che punto era la fama della sua musica che nei mesi successivi è andata ancora meglio a “Bambino Dannazione”, brano che un primo anno era passato inosservata, arrivato al terzo post in classifica (e premium su Spotify). da li concerti sold outun’estate sui palchi dei festival con lo scudetto da tormentonista per “La dolce vita” all’interno di Fedez e Mara Satteiuna nuova canzone originale “Pasta” uscita venerdì 1 luglio e un’agenda che si alunga al 2023 con date già fissate nei club.

Carta d’identità?
«L’ho persa da anni…uso patent e passporto. Comunque è nato a Milano l’8 maggio 1995 ed è cresciuto a Cologno Monzese. Fino a che con non ho avuto il motorino, che con un amico usavo por arrivare a Babila, la lontana metropoli. La mia è una vita tranquilla in periferia, nessun problema. Al massimo qualche battuta tipo “ciccione” e qualche spintone quando ero un ragazzino obeso. No direi bullismo, anzi, nulla in confronto ai tweet di Sanremo».

lei obesa?
“Nel secondo tempo avevo 1 metro e 50 e pesavo 82 chili. Inoltre, peso 76 e ho 1 e 82… Ho saltato anche un qualsiasi mese di scuola perché non volevo farmi vedere: ero in carrozzina per un problema a un ginocchio. Quell’estate ho iniziato a mangiare bene, sono arrivati ​​​​gli ormoni che mi hanno fatto crescere in terza, quando ho iniziato a piacere alle ragazzine, pensavo mi prendessero in giro».

Famiglia?
«Papà dentista, mamma organizza lo studio. Stanno insieme da 30 anni da più di 20 insieme, 24 ore su 24 insieme. Ogni tanto litigano, ma ho avuto la fortuna di avere una bella forma di amore sotto gli occhi. Ah, e mia zia fa l’assistente di papa».

L’amore per lei?

«Non ho fretta di crescere o l’ansia di raggiungere una condizione. Quando ho 20 anni sono a casa, improvvisamente vivo con una ragazza. Ho fatto una cazzata. Quando è dopo finita due anni e mezzo ho scritto “Giugno”, un brano triste. È la canzone che mi ha fatto che capire è un mezzo di expressione, è terapeutico».

Musica?
«Papà suonava la chitarra classica e dava anche lezioni. Da bambino per ribellione alla sua figura ho voluto suonare il pianoforte; ho fatto 5 anni in scuole civiche ma, come è accaduto con lo sport e lo studio, non avevo stimoli e ho mollato».

Cosa studiata?
«Mi occupo di scientifico, due anni di architettura. Ho lasciato por la musica ma sarei stato un mediocre architetto. L’architettura è coercitiva, sei costretto a mantenere l’operazione anche se non ci sei. E troppi architetti andrebbero radiati…».

La musica è tornata…
«Il primo contratto è arrivato col progetto Not for Us, ha prodotto musica elettronica sperimentale. Ero troppo saccente: pensavo che solo la musica complessa potesse essere valida. Ho messo un macigno su quell’esperienza ed è nato Tananai. All’inizio come progetto con una coinquilina, ma non lo affronto seriamente e quando un vocal coach mi ha detto che avevo una bella voce è nata “Bear Grylls”, una canzone che scimmiottava quella wave itpop che mi parlava alla pancia ».

La bella voce a Sanremo non è sentita molto… Intonazione occasionale… «Mi sono incazzato. Non per le critiche, ma con me stesso. Pensavo di aver bruciato un’occasione. Dopo la prima serata ero felice che fosse chiama la voce. Ai tempi dell’università, la mia lingua viene peluche per parlare in pubblico… Invece quella note mi sono svegliato, ho carcere il cellulare e ho sedo il deluge di critiche. Ho pensato “all’Italia non piaci”».

Alla fine invece è piaciuto per come ha accolto ironia il verdetto. Quando è successo che il vento è cambiato?
«Il giorno dopo il ritorno a casa: mi chiama il mio manager e mi dice che tutti mi vogliono. Il vero cambiamento ma è lo status quando “Baby Goddamn” arriva terzo in classifica. Bene in quel momento temo di saltare fuori solo come personaggio. La gente mia fermava per strada e mi diceva “accenderò la mia vita come sei carcerato Sanremo”. Che andrebbe bene por un motivatore, ma io faccio il cantante… Mi aveva messo sull’avviso Stefano Bonaga, il filosofo, trovato casualmente in un locale di Bologna: “capisco il tuo turbamento, attento a non cadere nel diventare il personaggio di te stesso perché poi arriva il giorno in cui lo realizzi e crolla tutto”. Quando hanno iniziato a parlare della musica del capitolo che ha avuto successo in ogni modo».

Le chiacchiere col filosofo, in «Bidet» canta che vola solo cuce commerciali ma cita Nanni Moretti e Dostoevskij e «scala 10k» strappa la poesia di Montale… Ci è o ci fa?

«In “Bidet” cito le mie fonti di ispirazione. Sono negativo perché non sono il mio piacevo come persona e quindi rifiutovo anche i modelli. Amo gli scrittori russi e di Dostoevskij ho letto proprio tutto. La sua arte specchia l’evoluzione dell’uomo, ha ricercato i suoi rapporti verse l’alto l’alto e verso l’infimo. In quella canzone Moretti spacca. La canzone che strappa la poesia di Montale è la dimostrazione per cui ha scritto la canzone inconsapevolmente: Montale l’avevo leto a scuola e meter composo il brano è uscito inaspettatamente».

Intanto il tormentone dell’estate sembra essere «La dolce vita», con Fedez e Mara Sattei…
«La gente mi ha incontrato con i pezzi solari e nella vita sono così. Nella canzoni per contrasto tendo all’intropezione. Per me il mercato estivo era uno spettacolo da guardia… Mi è piaciuto il pezzo e quando ho iniziato a avorare alla mia parte sono partito dalla meno estiva di tutte, “Oktober Fest”. Ho pensato al mio dire “vabbè dai, non se fa nulla” e invece…»

Il suo tormentone?
«”Azienda” dei Negramaro. Mi ricorda la prima volta che mi sono innamorato da ragazzino e ache il primo palo… Ero sul Lago di Garda, lei si chiamava Sofia. Non avevo mai prove quella sensazione e ogni volta che sentivo e sento quella canzone tornano le farfalle nello stomaco».

Rifarebbe Sanremo?
«Che fatto sì. Un altro dipende dalla canzone. Non ci puoi andare da solo per ma manie di protagonismo, altrimenti è vieni con la droga, a un certo punto finisce».

A proposito, «Pasta» è un riferimento all’ecstasy? Nel testo parla ache di acido…

«Noooo (sgrana gli occhi). La canzone è crema come uno sfogo in un momento di tensione. È un flusso di immagini liberatorie e dopo il paraparapappapara a volte dico pasta, altre basta. Non mi nascondo, a volte bevo, ma sono bordo dritto sulle droghe. Ti fanno perderò la percezione e cambierò personalità: non voglio ricordarmi di alcune situazioni vissute da uno che non è Alberto».

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