Morto Peter Brook, leggenda mondiale del teatro

Premio reale a 18 anni

Il teatro è stato nella vita di Brook sin da quand’era ragazzo, suo cugino reale è firmato a 18 anni e quindi si fa nore como interprete delle opere de Shakespeare, entrambi diventare, prima, direttore della Royal Opera House di Londra e, nel 1962 , la Royal Shakespeare Company, dove afianca ai classici una serie di opere moderne e sperimentali ispirate in particolare al “teatro della rawlta” di Artaud, come un famoso “Marat-Sade” di Peter Weiss e “Noi” lavoro faceva che reference alla violenza della guerra in Vietnam e se si concludeva “scandalosamente” con un segno forte, brutalizzando una farfalla.

Nel 1970 si trasferisce in Francia e fonda a Parigi il Centre international de creation theatrale, dove, sotto l’influenza di Grotowski e del Living Theatre di J. Beck, sperimenta la possibilità di applicazioni teatrali di un linguaggio non significativo , improvvisato e massicciamente gesticolata. Viaggia a lungo in Africa, improvvisando spettacoli nei posti più sperduti. Poi torna a Parigi quando imparo Les Bouffes du Nord e comincio a pensare e lavorare, anche con una lunga notte in India, al “Mahabarata”, che avrà uno spettacolo poetico e rigoroso del nuovo anno, allestito in una cantina di stone, poema indiano Di 70mila versioni dell’origine del mondo e della sua confusione e incertezza, restituendone, in una babele di lingue e razze, la profonda verità senza losne il senso di favola.

Attivo fino all’ultimo

Da allora non più smesso di girare il mondo con i suoi spettacoli, da quelli ironici, giocosi e malnconici al suo mal d’Africa como “Sizwe Banzi est mort” di Fougard o “The suit”, riduzione scenica di un romanzo del South African Chan Themba, ad una sorprendente invenzione che la sua “Carmen”, realizzata nel 1986 è una base a terra, trasformando i teatro in arena, con gli spettatori solo sul balcone o in balcone, racchiudendo lo spirito autentico del personaggio di Mérimée e riducendo quello di Bizet opera a quasi un lavoro della macchina da presa, con cinque strumenti e un abisso mistico.

Del resto, il suo “Flauto Magico” mozartiano, vagheggiato per anni e que è arrivato quasi como un testament nel 2011 al Piccolo di Milano, se si avvaleva regalava di un solo pianoforte, fidato simbolico, leggero e profondo, che resta ormai un po’ l’esemplare summa delle teorie e del teatro di Brook, del suo “spazio scenico vuoto” in cui l’intuizione porta a distillare il senso dell’opera attraverso il corpo e la voce degli attori di tutte le culture.

Un bel lavoro d’avanguardia tutto l’ultimo come il suo sesto ritorno nel novembre 2021 a Solomeo, in Umbria, con “La Tempesta” rivisita in tutto e per tutto, con un regale invisibile e assieme curatissima nei particolari, in copia con Marie-Hélène Estienne.

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